MES: tanto rumore per (quasi) nulla

Tra inesattezze, controversie e qualche leggenda metropolitana, ecco cosa c’è di vero sul Meccanismo Europeo di Stabilità Sul MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) si succedono da qualche
tempo le più varie dichiarazioni.  A dire
il vero, insieme alle dichiarazioni, hanno cominciato a circolare anche inesattezze,
controversie e perfino qualche colorita leggenda metropolitana. Proviamo allora
a mettere in fila qualche nozione di base ed un minimo di ragionamento. Anzitutto il MES non è un invenzione dell’attuale compagine
di governo come non lo è di quella precedente: nasce infatti nel lontano 2012 e
torna oggi alla ribalta per alcune modifiche che vi sono state introdotte. La
sua funzione fondamentale è quella di proteggere gli Stati europei che
incontrassero difficoltà a reperire fondi sul mercato. In altre parole: quando
un Paese non riesce a finanziarsi a costi ragionevoli con i propri titoli è il
momento in cui il MES potrebbe entrare in gioco. Ora, nel dubbio che anche in
questi termini il discorso continui ad apparire oscuro, mi permetterete una breve
parentesi per intenderci su che cosa significhi per uno Stato “finanziarsi” o
“reperire fondi” e, soprattutto, sul perché mai dovrebbe farlo. In linea di principio uno Stato fa fronte alle proprie spese (come
stipendi dei dipendenti, materiale di consumo, realizzazione di opere pubbliche)
impiegando il denaro derivante dall’imposizione fiscale. Le tasse a questo
servono: a pagare le spese che uno Stato ritiene di dovere effettuare. Nel caso
in cui il gettito fiscale fosse sufficiente a finanziare tutte le spese previste
il discorso finirebbe lì. Tuttavia, e certo non solo per l’Italia, il discorso
non finisce mai lì: le imposte raccolte non sono sufficienti a fronteggiare
tutte le spese. La differenza tra quanto raccolto annualmente con l’imposizione
fiscale e quanto speso dallo Stato (differenza di solito ampia, perché la spesa
pubblica è considerevolmente più alta del gettito fiscale) prende il nome di deficit
di bilancio. Ogni anno, quindi, ciascun Paese è chiamato a colmare in
qualche modo la differenza tra entrate ed uscite. Tralasciando coloriti metodi
alternativi di finanziamento, che pure abitano la fantasia di esperti
improvvisati, ciò che un Paese normalmente fa è chiedere a prestito il denaro mancante
promettendo di restituirlo a tempo debito insieme ad una somma aggiuntiva, un
interesse, che ha proprio lo scopo di incentivare a prestare quel denaro. A chi
è rivolta questa richiesta? A chiunque sia disponibile a privarsi
temporaneamente di una certa somma per ottenerne in futuro la restituzione con
l’aggiunta di un interesse. Questo “chiunque” comprende investitori
professionali, come fondi di investimento e banche, e privati cittadini,
italiani e stranieri. Questo è il debito pubblico di uno Stato: la somma dei
deficit fatti registrare nel tempo, ossia l’insieme dei debiti contratti per
far fronte negli anni alle proprie spese. È evidente che tanto più un risparmiatore è certo di ottenere
la restituzione delle somme prestate, tanto più facile sarà persuaderlo ad
acquistare i titoli proposti, e di conseguenza tanto più basso sarà l’interesse
promesso. Al contrario, laddove si cominci a dubitare della capacità di uno
Stato di far fronte ai propri debiti, i risparmiatori potrebbero cominciare a
pretendere interessi più alti per privarsi temporaneamente del proprio denaro.
I tassi richiesti potrebbero perfino, in situazioni critiche, divenire
insostenibili per uno Stato, che rischierebbe quindi di ritrovarsi senza fondi.
È precisamente in casi del genere che può entrare in gioco quel meccanismo di
stabilità che prende il nome di MES, mettendo denaro a disposizione degli Stati
che incontrino temporanee difficoltà a reperire fondi. Per il sostegno finanziario ai Paesi che dovessero averne
bisogno, il MES potrà contare sulla disponibilità di 500 dei quasi 705 miliardi
di euro sottoscritti (125,3 dall’Italia). Le sue decisioni sono affidate ad un
“Consiglio dei Governatori” composto dai 19 Ministri delle finanze dell’area
dell’euro. Il Consiglio opera di norma all’unanimità ma, in casi eccezionali,
decide con una maggioranza qualificata. Anche in quel caso, tuttavia, le
decisioni non possono esser prese senza il consenso unanime di Germania,
Francia ed Italia. Per ottenere dei prestiti, il Paese che ne abbia immediato
bisogno deve procedere a specifici aggiustamenti macroeconomici, mentre l’onere
è meno gravoso se il prestito non è urgente ma solo precauzionale. Questo è stato il punto più controverso nel recente dibattito
politico: perché uno Stato deve procedere ad aggiustamenti (ad esempio ridurre
la propria spesa pubblica) per ottenere quei prestiti? La risposta non è
dissimile da quella sottesa alle garanzie che un qualunque prestatore (istituzionale
e non) chiede a chi sia già indebitato, magari pesantemente. La vostra banca,
ad esempio, per concedervi un ulteriore mutuo potrebbe chiedervi di ridurre le
vostre spese correnti o di accendere un’ipoteca su un vostro immobile. Si
tratta di misure ragionevoli, garanzie che qualunque creditore chiederebbe al proprio
debitore. Di conseguenza, il clamore suscitato appare francamente eccessivo,
tanto più che tali aggiustamenti non sarebbero (siamo sempre nel campo delle
ipotesi, perché il MES si attiverebbe solo in condizioni di reali difficoltà)
automatici, ma vanno concordate di volta in volta con tutti gli altri Paesi. Il meccanismo sembra quindi volgere a favore della stabilità finanziaria dell’area euro in generale, e di Paesi che, come il nostro, sono già stati esposti in passato alla speculazione internazionale proprio a causa della temporanea difficoltà a reperire fondi (si veda alla voce spread). Tanto più che, come detto, proprio l’Italia è Paese dotato, insieme a Francia e Germania, del potere di paralizzare le decisioni del MES. Tanto rumore per nulla, allora? In generale sì: s’è sfruttata l’occasione di modifiche marginali al meccanismo per rinfocolare l’euroscettismo con cui alcuni nutrono il proprio consenso politico. D’altro canto ogni sistema è perfettibile, e il Meccanismo Europeo di Stabilità è talmente giovane da poter ammettere, nel corso del tempo, ulteriori modifiche che lo rendano uno scudo ancor migliore contro gli attacchi speculativi alla moneta comune.