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Moda, fatturati dimezzati. “Per le Pmi rischio desertificazione”

Lo Stato non offre certezze, i negozi sono chiusi. Per Claudio Miceli (Confesercenti) si potrebbe tornare a regime tra due anni. Ma ci sono già proposte per ripartire: saldi e conto vendita

“Stiamo rischiando di bruciare tutto”. “Stiamo rischiano la desertificazione delle Pmi”. Le parole con cui Claudio Miceli, imprenditore e responsabile Moda di Confesercenti di Catania, descrive il settore “chiuso per coronavirus” sono anche un appello. Al governo nazionale, accusato di aver scaricato il peso dell’incertezza sulle imprese. E alle aziende produttrici, che dovrebbero capire quello che i negozi stanno già registrando a bilancio: “Non è tempo di guadagnare ma di sopravvivere”. Perché qui, spiega Miceli, non c’è in ballo solo la primavera-estate 2020 (che è in buona parte già saltata) ma anche le prossime stagioni: “Non andremo a regime prima di un anno e mezzo-due”. A patto che l’intera filiera si compatti. Ecco perché Confesercenti Catania avanza due proposte: saldi straordinari che durino dalla riapertura fino a settembre e accordi con i produttori che facciano leva sul conto vendita.

Quanto perdono i negozi di moda

I negozi sono chiusi e l’e-commerce, per chi ha avuto la lungimiranza di puntarci, permette di limitare le perdite. Anche se è complicato valutare tutte le variabili, per i punti vendita siciliani Miceli stima un calo del fatturato del 50-60% nella primavera-estate 2020. La stagione, praticamente, “è già saltata”. Non solo perché, con le serrande abbassate, i clienti non ci sono. Evaporano gli incassi per le cerimonie, concentrate in questo periodo dell’anno.

Saldi da subito e più lunghi

Tra chiusure e cerimonie saltate, si sono perse vendite preziose per il bilancio: tra marzo e agosto, sono infatti i primi mesi a “marginare di più”. In pratica, il periodo in cui i negozi riescono a tenere nelle proprie tasche una quota maggiore del venduto sono già alle spalle. Poi, con l’inizio di saldi e sconti, i margini si assottigliano. Non è però tempo di badarci troppo. La prima proposta di Miceli riguarda anzi un prolungamento dei saldi almeno fino a settembre. “Nella migliore delle ipotesi, si riaprirà il 30 maggio. Potremmo iniziare con sconti del 30% in modo da far partire l’economia e attirare i clienti”. La loro reazione, peraltro, non è affatto scontata. Saranno disposti a spendere? E poi, quali saranno le regole per entrare in negozio? Le incognite sono tante, ma, sottolinea Miceli, “non abbiamo molte alternative”. “Al momento della riapertura bisognerebbe partire tutti con i saldi”, afferma Chicco Amato, titolare di Pandini, società che gestisce tre negozi tra Catania e Siracusa. “Il nostro settore è più un vezzo che un’esigenza, ancora di più per il lusso, il settore dei miei negozi. È difficile immaginare che la gente compri a prezzo pieno”. “Tutti avranno la necessità di fare cassa immediata e si andrà in sconto appena aperti”, conferma Federico Giglio, proprietario dell’omonimo marchio palermitano. “Se la riapertura fosse nei primi giorni di maggio, non ci sarebbero certo le code. Per rivedere più clienti si dovrà aspettare almeno la fine del mese”.

Claudio Miceli, responsabile del settore Moda di Confesercenti di Catania

La negoziazione sul conto vendita

La seconda proposta riguarda il cosiddetto “conto vendita”. Oggi i commercianti pagano in anticipo alle aziende produttrici tutto ciò che acquistano (spesso in quantità definite dal produttore), indipendentemente dal fatto che sarà poi venduto. Alla fabbrica pago dieci maglioni, anche se poi ne venderò sette. Adesso però, l’invenduto è fermo in magazzino: occupa spazio (quindi comporta una spesa) e non produce fatturato. Il conto vendita è invece un accordo tra punto vendita e produttore che permetterebbe al negozio di pagare solo quello che vende e di restituire l’invenduto. Miceli spiega che questo sistema alleggerirebbe di molto i proprietari, senza pesare troppo sui produttori (almeno su quelli più grandi). E qui torna il mantra “non è tempo di guadagnare ma di sopravvivere”. “Le aziende produttrici applicano un ricarico alto. Per fare un esempio, quello che a loro costa cento, a noi viene venduto a 500-600”. Potrebbe anche non essere un conto vendita integrale ma mitigato. “Se il negoziante garantisce il pagamento del 40-45%, il produttore va già a break even”. Cioè in pareggio. Il punto è che “l’intera filiera deve compattarsi. Le aziende devono dialogare, anche perché abbiamo gli stessi problemi e gli stessi interessi”. Tradotto: i produttori non possono pretendere le solite condizioni. Perché se falliscono i punti vendita, ci perdono tutti.

Perché il conto vendita è complicato

Le proposte di Miceli si sta facendo strada, non solo in Confesercenti ma anche in Confcommercio. Sono già arrivate sui tavoli delle organizzazioni nazionali e ci sarebbe l’intenzione di portarle all’attenzione del governo. Per Giglio e Amato l’idea del conto vendita è buona, ma sarà complicato attuarla. “Decideranno le aziende produttrici e dipenderà dalla loro sensibilità”, afferma Giglio. “Se si ha a che fare con aziende piccole – aggiunge Amato – il conto vendita potrebbe metterle in difficoltà. I grandi gruppi, invece, di solito non ascoltano ragioni. Dipenderà dai rapporti e dall’esposizione che si ha nei loro confronti”. Per Amato, quindi, è più probabile che i negozianti debbano “lavorare individualmente” per “contrattare e trovare un punto di equilibrio”.

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Filiera ferma, a rischio anche l’autunno-inverno

Saldi e conto vendita sono solo due delle possibili soluzioni per tamponare una crisi che non cesserà con la riapertura. Miceli stima, “nel migliore dei casi”, un calo del fatturato del 30-40% anche per la stagione autunno-inverno. Dipenderà dai clienti, perché consentire di vendere non vuol dire vendere. E dipenderà dalla quantità di ordini che i produttori riusciranno a smaltire. “Le collezioni autunno-inverno vengono prodotte tra febbraio e maggio, ma in questo momento la filiera produttiva della moda è ferma. Difficilmente le aziende potranno consegnarci il 100 per cento di quello che abbiamo ordinato qualche mese fa. Sarà, bene che vada, la metà”. Il rischio, quindi, è che “salti anche la prossima stagione”. Ecco perché “serve dialogare con i produttori” in un’ottica che vada oltre i prossimi mesi. Si dovrebbe discutere di “scontistica, conto vendite e politiche di reso”. A patto che “lo Stato ci aiuti con misure di sostegno alla liquidità”. Oppure “salta il banco”.

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“Dal governo molte chiacchiere e poche certezze”

Già, lo Stato. Basta che si sfiori l’argomento e il tono del responsabile Moda di Confesercenti Catania cambia, si abbassa. “Non ho molta fiducia nelle persone che gestiscono il brand Italia a livello politico. Ci stanno mettendo addosso tanta pressione, non ci garantiscono nulla, non ci fanno sapere niente”. Non è solo una questione di risorse: “Se c’è una tragedia, il padre di famiglia ti mette una mano sulla spalla. È quello che avrei voluto dal governo. Avrei voluto essere rassicurato, con dei contenuti e non solo con parole che dicono il contrario di quello che, il giorno dopo, si legge sui decreti. Abbiamo bisogno di certezze, non di chiacchiere. Poche cose ma centrate e tranquillizzanti. Noi facciamo impresa e sappiamo cosa vuol dire rischio. Oggi però stiamo rischiando di bruciare tutto quello fatto in trent’anni di lavoro. Senza certezze, l’80 per cento delle Pmi scomparirà. Ci sarà la desertificazione. Speriamo di no”. Di certo, il coronavirus “sta cambiando tutto”. E non solo perché ci sono imprese in difficoltà e altre che non riapriranno: “Questa emergenza cambierà il mercato e le sue priorità. Il cliente finale rivaluterà il made in Italy, sarà più attento e accorto nell’acquisto finale. Ci vorrà tempo, ma il mercato cambierà in meglio”.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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