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Pensioni: più occupati, sistema “sostenibile”, incubo debito pubblico

Il rapporto di Itinerari previdenziali: occupati in aumento rispetto al periodo pandemico, buone le prospettive per la previdenza. Sulla bilancio, però, pesano pesano l'invecchiamento della popolazione e la bassa crescita produttiva del Paese

Il numero di pensionati in Italia è aumentato, ma è cresciuto anche il numero degli occupati grazie ai quali si pagano le pensioni. Il risultato è un sistema previdenziale che nel 2022 è abbastanza in equilibrio, sostenibile. Sulla bilancia però pesano l’invecchiamento della popolazione e la bassa crescita produttiva del Paese. Sono considerazioni ottimistiche ma prudenti che emergono dall’11 esimo rapporto sul “Bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2022”, curato dal Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali. I pensionati sono passati dai 16,099 milioni del 2021 ai 16,131 milioni del 2022, con 32.666 unità in più. Gli occupati sono in crescita: +674 mila unità contro la perdita di 537 mila unità nel 2020. Dopo la crisi pandemica il tasso di occupazione resta tra i più bassi d’Europa ma ha un’impennata da record: 60,1 per cento rispetto al 58,2 per cento del 2021. Infine, il rapporto tra occupati e pensionati ha raggiunto nel 2022 l’1,4443. Questo dato è in netto miglioramento, ma ci vorrà ancora del tempo per recuperare l’1,4578 raggiunto prima del Covid o per arrivare alla soglia minima di stabilità nel medio-lungo termine, rappresentata da un rapporto ideale di 1,5.

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Il sistema sarà sostenibile anche nel 2040

Ad oggi “il sistema è sostenibile e lo sarà anche tra 10-15 anni, nel 2035/40“, sostiene il presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla. In quegli anni, “la maggior parte dei baby boomer nati dal Dopoguerra al 1980 si saranno pensionati“, aggiunge Brambilla. Per il presidente, però, bisogna fare molta attenzione alcuni elementi che potrebbero condizionare questo percorso. “Perché si mantenga questo sottile equilibrio – prosegue – sarà però indispensabile intervenire in maniera stabile e duratura, tenendo conto di alcuni principi fondamentali. Le età di pensionamento, attualmente tra le più basse d’Europa (circa 63 anni l’età effettiva di uscita dal lavoro in Italia nonostante un’aspettativa di vita tra le più elevate a livello mondiale), e che dovranno dunque gradualmente aumentare evitando il ricorso a eccessive anticipazioni. L’invecchiamento attivo dei lavoratori, attraverso misure volte a favorire un’adeguata permanenza sul lavoro delle fasce più senior della popolazione. Le politiche attive del lavoro, da realizzare di pari passo con un’intensificazione della formazione professionale, anche on the job. La prevenzione, intesa in senso più ampio come capacità di progettare una vecchiaia in buona salute”, conclude il presidente.  

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Il problema del mercato del lavoro

Lo slancio del mercato nazionale del lavoro è andato avanti anche nel 2023 e come sottolineano da Itinerari previdenziali, “al 30 ottobre scorso i dati sullo stock di occupazione indicavano 23.694.000 occupati, per un tasso pari al 61,8 per cento. Un record assoluto dal 1977“. Ci sono però “oltre due milioni di Neet (giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano né lavorano) e solo poco più di 23 milioni di lavoratori su una popolazione in età da lavoro di circa 38 milioni di individui. Per questo l’Italia si conferma tra le nazioni peggiori in Europa sul fronte occupazionale”. Secondo Eurostat, poi, l’Italia è all’ultimo posto in numerosi indicatori. Per occupazione globale è distante di quasi dieci punti percentuali dalla media europea (61,4 per cento contro 70,4 per cento). L’occupazione femminile è al 52,5 per cento contro il 65,7 per cento della media europea. Per occupazione giovanile (15-24 anni) è quartultima tra i 27 Paesi Ue (20,1 per cento contro una media del 35,2 per cento). Va un poco meglio l’occupazione “senior” (persone tra i 55 e i 64 anni): qui l’Italia tocca il 58 per cento contro il 64,3 per cento della media Ue.

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Debito pubblico: 3.000 miliardi di euro nel 2024

Il finanziamento dello stato sociale è legato strettamente alla capacità produttiva della nazione: questa però cresce a tassi bassissimi. L’Italia ha perso inoltre in dieci anni oltre il sette per cento di produttività rispetto alla media Ue 28. Dall’altro lato c’è il macigno del debito pubblico, il vero tallone d’Achille italiano. È passato da 1.632 miliardi (102 per cento del Pil) del 2008 a 2.409,9 miliardi (134,7 per cento del Pil) del 2019, con un aumento in soli 11 anni di 777 miliardi di nuovo debito (+47 per cento sul 2008). L’ultima rilevazione di Banca d’Italia calcola il debito a luglio 2023 in 2.859 miliardi, un nuovo record, con un incremento rispetto a fine 2022 di altri 97 miliardi che supereranno i 100 a fine 2023 con una spesa per interessi che sfiorerà i 100 miliardi nel 2023 e oltre 115 nel corso del 2024. Questo sarà l’anno in cui “lo stock di debito supererà la soglia psicologica dei 3.000 miliardi di euro ed è questo il vero problema italiano”, scrivono gli esperti di Itinerari previdenziali. Debito pubblico appesantito anche, aggiungono, da “un altro grande problema italiano, causato dall’ormai atavico mancato sviluppo del Sud che aggrava tutte le variabili economiche”.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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