fbpx

Perché il Covid-19 è una sfida europea (e non solo)

Un’emergenza sanitaria in un mondo inter-connesso richiede risposte comuni

“Lo stile di vita europeo non dovrebbe mai essere dato per scontato, non è né un dato né una garanzia. La prova di ciò è che il nostro modo di vivere è messo alla prova ogni giorno”. Il 16 settembre scorso l’allora presidente designato della Commissione europea Ursula Von der Leyen spiegava così la scelta, non senza polemiche, di attribuire il titolo di commissario alla ‘protezione dello stile di vita europeo’ al rappresentante greco Margaritis Schinas, incaricato delle questioni migratorie. Proteggere lo stile di vita europeo – affermava Von der Leyen – richiede non solo maggiore solidità economica ma anche un “processo migratorio legale e ben gestito”. Colpisce leggere queste dichiarazioni sei mesi più tardi, mentre alcuni paesi fondatori dell’Ue si trovano a gestire l’emergenza sanitaria senza precedenti del Covid-19, che minaccia non solo il tanto decantato stile di vita europeo, ma la tenuta stessa dell’economia mondiale. E restituisce, forse, uno smarrito senso della misura tra ciò che percepiamo come pericoloso, orientalizzandolo, e ciò che rischia davvero di esserlo in assenza di misure di contrasto efficaci e tempestive.

Il 2 marzo scorso Von Der Leyen ha lanciato il Corona Response Team, una task force per favorire un coordinamento a tutti i livelli delle politiche. A farne parte sono i cinque commissari Janez Lenarcic (Gestione della crisi), Stella Kyriakides (Salute e Sicurezza alimentare), Adina Valean (Trasporti), Paolo Gentiloni (Affari economici) e Ylva Johansson (Affari interni). Non giriamoci troppo intorno: il Covid-19 è la priorità numero uno nell’agenda europea. La Bce ha annunciato, al contempo, la possibilità di ricorrere a misure adeguate e mirate, “commisurate ai rischi sottostanti”, che possano supportare i paesi in difficoltà, a cominciare naturalmente dall’Italia, lo stato membro in maggiore sofferenza. I meeting europei hanno luogo in una città ancora a pieno regime ma dove la preoccupazione cresce in maniera diretta proporzionale all’aumento dei positivi.

Secondo i dati del ministero della Salute, il 5 marzo il Belgio ha raggiunto la soglia dei 50 casi, con 2 funzionari dell’Agenzia di Difesa europea e del Consiglio dell’Unione europea trovati positivi al tampone. Già lo scorso 24 febbraio, il Parlamento europeo aveva adottato una serie di misure di protezione contro il virus, raccomandando l’auto-isolamento a viaggiatori in provenienza da aree a rischio. Il 2 marzo, una nuova decisione ha annullato tutte le visite e gli eventi nel corso delle tre settimane successive, garantendo tuttavia lo svolgimento delle attività strettamente parlamentari. Sempre in Belgio, ha fatto molto discutere l’ordinanza del sindaco di Woluwe Saint Lambert, comune non distante dalle istituzioni europee, riguardante il divieto di accesso a luoghi pubblici per le persone ritornate da aree a rischio. La misura è stata fortemente critica dai livelli di governo superiori. Rudi Vervoort, presidente di Bruxelles capitale, ha glissato osservando che 589 sindaci (tanti sono i comuni del Belgio) non possono prendere 589 decisioni diverse in materia di salute pubblica. L’humour belga che trapela da queste parole riporterà l’osservatore attento alla situazione italiana, con ordinanze e dichiarazioni in ordine sparso di governatori e amministratori italiani pasticcioni o tutt’al più disinformati. Se a ciò aggiungiamo la crescente xenofobia nei confronti della comunità cinese in Belgio e l’esaurimento delle scorte di soluzione disinfettante e mascherine, potremmo fare due osservazioni.

La prima è che, poco importa le frontiere, reali o immaginarie, la comunità globale affronta gli stessi problemi e le stesse sfide: impreparazione, paura, inesperienza difronte a un evento mai accaduto da cent’anni a questa parte. Consoliamoci così: non siamo mica soli. La seconda osservazione, anche quale conseguenza della prima, ci riporta alla necessità di risposte comuni in un mondo inter-connesso (e forse iper-connesso?) che sappia rinunciare all’esigenza maldestra di creare confini e orientalizzare l’altro. Ciò domanda un maggiore coordinamento a livello globale e anche una ridiscussione delle competenze comunitarie, ad oggi estremamente limitate, in materia di salute pubblica. Il Covid-19 non è più una ‘minaccia’ alle porte dell’Europa: è un fatto reale che deve unire le migliori risorse del continente e del mondo e farci riflettere sulla gestione di future crisi. A cominciare da quella ambientale, per la quale sappiamo già che non esiste vaccino efficace.

Domenico Valenza
Domenico Valenza
Domenico Valenza è ricercatore di Studi Europei presso l’Università delle Nazioni Unite (UNU-CRIS) e l’Università di Ghent.

Dello stesso autore

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Iscriviti alla newsletter

Social

18,249FansMi piace
313FollowerSegui
324FollowerSegui
- Pubblicità -spot_img

Della stessa rubrica