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Petrolchimico di Augusta, nel 2020 persi 5 miliardi. “Area di crisi o chiusura”

Gli effetti della pandemia da Covid-19, combinati alla obbligatoria riconversione industriale che costerebbe tre miliardi, rendono il polo siracusano a rischio. È tutto nero su bianco in un dossier siglato da Regione e parti sociali per richiedere al governo nazionale l'Area di Crisi Industriale Complessa

Un sistema interconnesso e interdipendente, in cui “la chiusura anche di una sola unità produttiva del Polo metterebbe a rischio l’intero sistema produttivo di Siracusa”. Un sistema fragile per il quale viene chiesto ora dalla Regione siciliana al ministero dello Sviluppo economico (Mise) il riconoscimento di “Area di crisi industriale complessa”. Si tratta del “sistema” di aziende dell’industria petrolchimica che ha sede nella Rada di Augusta, il principale polo industriale siciliano. Vi è impiegato “l’80 per cento dei lavoratori del settore manifatturiero della provincia”, ovvero circa 7.500 addetti, si legge nel dossier predisposto per il ministero che certifica che è giunta la prima vera crisi di sistema. Nato nei primi anni 50, e sviluppatosi senza interruzione fino ai primi anni ’70, i prodotti dell’area rappresentano ancora oggi gran parte dell’export siciliano.

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Mezzo miliardo di fatturato in meno nel 2020

La crisi è evidente già dai numeri. Nel 2020, complice l’impatto negativo sull’Economia conseguente alla pandemia da Covid-19, il fatturato complessivo delle aziende del Polo è crollato da 12 miliardi e 412 milioni di euro a sette miliardi e 122 milioni. In pratica cinque miliardi e 290 milioni di euro in meno, il 42 per cento, che sono andati ad incidere in maniera consistente anche sul valore aggiunto riversato sul territorio. Secondo i dati forniti da Confindustria Siracusa, il valore aggiunto conseguente alla produzione, eliminati i costi intermedi, è sceso a 555 milioni di euro, contro il miliardo e 67 milioni del 2019 e il miliardo e 373 milioni di euro del 2018. Il dato 2020 totale, aggiungendo il saldo della gestione straordinaria e delle necessarie rettifiche finanziarie, raggiunge il valore aggiunto globale lordo di 694 milioni di euro, in calo del 33,4 per cento rispetto al miliardo e 42 milioni del 2019, a sua volta in flessione del 25,6 per cento rispetto al 2018, quando il valore aggiunto globale lordo si era attestato a quota un miliardo e 401 milioni di euro.

Valore Aggiunto nel Polo industriale
(in milioni di euro)
201820192020
A) Valore della Produzione12.23112.4127.122
B) Costi intermedi di Produzione10.81811.3456.567
Valore Aggiunto Caratteristico Lordo (A-B)1.3731.067555
C) Saldo della gestione straordinaria
e rettifiche finanziarie
28-25139
Valore Aggiunto Globale Lordo (A-B+C)1.4011.042694
L’andamento del Valore Aggiunto Globale Lordo nelle aziende del polo petrolchimico (dati Confindustria Siracusa)

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La richiesta: fondi per investimenti da 3 miliardi

Il riconoscimento di Area di crisi industriale complessa da parte del Mise permetterebbe al polo petrolchimico di ottenere risorse finanziare pubbliche dedicate, “necessarie ad abbattere i costi di investimento delle imprese”, si legge nel dossier. In particolare si parla di legge 181/89, Contratto di Sviluppo, Accordi di Innovazione e Fondo di Transizione Industriale. A questi potrebbero essere aggiunti anche altri finanziamenti europei, come ad esempio Horizon Europe, i fondi Bei e quelli naturalmente del Pnrr. A tali fondi inoltre, si potrebbero aggiungere le risorse finanziarie di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero il Fondo per la Crescita Sostenibile e il Fondo per l’Innovazione Tecnologica. E una stima dei costi c’è già: servirebbero almeno tre miliardi di euro per attuare i progetti di riconversione. Nel Polo operano aziende come Isab srl (gruppo Lukoil), la prima impresa con sede legale in Sicilia in termini di fatturato, e che ha preventivato una spesa di circa 2 miliardi di euro. Costi già inseriti nel dossier, anche dalle altre grandi realtà come Sonatrach Raffineria Italiana srl (500 milioni di euro), Sasol Italy spa (200 milioni), Erg srl (65 milioni), Air Liquide Italia spa (120 milioni), e Industria Acqua Siracusana S.p.A (Ias) che preventiva 20 milioni di investimenti. Le aziende elencate, alle quali si aggiunge Versalis Spa (gruppo Eni), sono tutte eredi della grande realtà industriale nata 70 anni fa che ha creato migliaia di posti di lavoro, arrivati a oltre 13 mila negli anni ’70, e stravolto sia dal punto di vista sociale che ambientale le aree dei comuni di Augusta, Melilli e Priolo Gargallo. Il dossier è firmato oltre che dalle imprese operanti anche da Confindustria Sicilia, dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Sicilia orientale, dalla Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, dai rappresentati dei comuni di Augusta, Avola, Canicattini Bagni, Cassaro, Ferla, Floridia, Melilli, Priolo Gargallo, Siracusa, Solarino e Sortino e dai sindacati confederati Cgil Sicilia, Cisl Sicilia, Uil Sicilia e Ugl Sicilia.

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I costi del “mercato azionario” della CO2

L’area di crisi da parte del ministero è già riconosciuta a Gela e Termini Imerese, per supportare la necessaria riconversione industriale. A imporla gli obiettivi europei del Piano Energia e Clima 2030 e del cosiddetto “Green Deal” che prevede l’abbattimento del 55 per cento rispetto al livello del 1990 delle emissioni di anidride carbonica (CO2). Una spesa, a nove anni dall’ambiziosa scadenza del 2030, che sembra già ora troppo onerosa per le aziende del Polo industriale siracusano. Nel dossier si fa riferimento al prezzo da pagare per l’eccesso di biossido di carbonio, passato dai 30 euro per tonnellata dell’inizio del 2019, ai 60 euro di settembre 2021, secondo i valori di riferimento del mercato Europeo ETS delle quote di gas climalteranti. Un mercato, regolamentato dall’Unione europea, che opera “secondo il principio della limitazione e dello scambio delle emissioni”. Viene fissato un tetto alla quantità totale di alcuni gas serra che possono essere emessi dagli impianti che rientrano nel sistema. Entro questo limite, le imprese ricevono o acquistano quote di emissione che, se necessario, “possono scambiare sui mercati, come fossero titoli azionari”.

Anno201820192020
Valore Aggiunto Globale Lordo Distribuito
(in milioni di euro)
1.401 1.042 694
Dipendenti
(salari, oneri sociali, Tfr, benefit)
230230223
Fornitori di capitale proprio e di credito
(Interessi passivi, dividenti e utili distribuiti)
615849
Valore economico trattenuto
(utili/perdite, accantonamenti e ammortamenti)
4-334-508
Pubblica amministrazione
(tasse e tributi a Stato, Regioni, Comuni)
1.1031.087930
Collettività (erogazioni liberali)310,5
La ripartizione del Valore Aggiunto Globale Lordo (dati di Confindustria Siracusa)

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Perdite nette per almeno mezzo miliardo

Un sistema di interscambio di “quote di inquinanti” che tiene conto dell’obiettivo globale della riduzione di CO2, ma non delle realtà produttive locali. Secondo la Regione e gli altri sottoscrittori della richiesta di Area di crisi industriale complessa, il meccanismo non è più sostenibile in quanto “nonostante l’importante obiettivo di salvaguardare il pianeta dall’inquinamento, sta rendendo le realtà produttive locali sempre meno competitive rispetto a quelle – localizzate soprattutto nei mercati del sud est asiatico e di altri contesti poco o per nulla regolamentati – che non devono sostenere tali costi. Anche in questo caso quindi le scelte strategiche delle compagnie presenti sul territorio siciliano potrebbero favorire veri e propri processi di delocalizzazione/chiusura che, allo stato attuale, produrrebbero un vero e proprio effetto di desertificazione produttiva senza precedenti”, si legge ancora nel dossier. A supportare l’affermazione di una mancanza di sostenibilità sono ancora una volta i dati, in dettaglio, forniti da Confindustria Siracusa sul Valore aggiunto globale nell’area. A fronte di una perdita di fatturato del 42 per cento, il valore aggiunto si è attestato a una riduzione del solo 33,4 per cento stante un Valore economico trattenuto di 508 milioni di euro e comprendente oltre alle voci di bilancio anche accantonamenti e ammortamenti. Perdite nette, in sostanza, ripianate dagli azionisti delle grandi realtà industriali del Polo, a fronte di costi del lavoro (salari, tfr, oneri sociali e benefit), praticamente invariati e passati da 230 milioni del 2018 e 2019 a 223 del 2020, e di 930 milioni (erano 1 miliardo e 87 milioni nel 2019) di tasse e tributi verso lo Stato, la Regione e i Comuni.

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Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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