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Procreazione assistita: a Catania un solo centro pubblico. Più fondi ai privati

Nella città dell'elefante è attivo solo il centro all'ospedale Cannizzaro, dove è stato eseguito il primo trapianto di utero. Tutti gli altri sono privati e ben pagati dalla Regione Siciliana che ha invertito la proporzione di finanziamento tra pubblico e privato. Il caso Garibaldi, inaugurato oltre 6 anni, ma mai totalmente operativo

I primi giorni del settembre scorso i professori catanesi Pierfrancesco Veroux e Pietro Scollo gridarono al miracolo, parlando di un “Successo costruito nel tempo” riferendosi alla donna alla quale due anni prima prima era stato effettuato il primo trapianto di utero. Un anno dopo, attraverso la fecondazione assistita la ragazza era rimasta incinta e proprio a settembre aveva dato alla luce un vispo bimbo in ottima salute. Un risultato della scienza che premia anche le nostre scuole di medicina e rimette al centro dell’attenzione il tema della fecondazione assistita. In un’era medica in cui sono in aumento i casi di sterilità dovuti anche all’inquinamento, però, Catania sale in cattedra per avere soltanto un centro medico pubblico assistito che si occupa di seguire le coppie sterili attraverso la fecondazione assistita mediante le diverse tipologie di intervento. E la Regione finanzia di più il privato.

“Settore che forse non fa gola”

E la domanda sorge spontanea: perché in Sicilia ci sono pochi centri pubblici dedicati all’inseminazione artificiale? Quali sono i motivi per cui centinaia di giovani devono ricorrere alla fecondazione oltre lo Stretto, oppure devono mettere mano al portafogli rivolgendosi ad alcune centri privati che operano nella nostra città?”. “Il problema – spiega un medico che in passato si è occupato di fecondazione assistita pubblica – è che in tutti questi anni dalla Regione non è venuto un input per rimettere mano a un settore medico pubblico che forse non fa gola”. E allora cerchiamo di capirne di più. Allo stato attuale l’unico centro pubblico che funziona è quello del prof. Scollo, nel reparto di Ostetricia e Ginecologia del Cannizzaro che esegue, secondo dati della stessa azienda ospedaliera, 350 cicli all’anno. Negli altri grandi ospedali della grande città non esistono altri reparti di fecondazione, né al Policlinico-San Marco dove sino a una decina di anni fa esisteva un centro di riproduzione, né al Garibaldi Nesima.

I centri operativi

Secondo il registro nazionale Pma i reparti di procreazione medicalmente assistita a Catania e provincia sono prevalentemente privati. Nel pubblico è solo operativo il centro del Cannizzaro. Poi ci sono i privati “C.r.a.” , la Casa di cura Falcidia, il Centro di riproduzione GmR, il Centro di medicina e riproduzione e infertilità, il Centro di procreazione medicalmente assistita di S. Agata li Battiati.

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Il caso Garibaldi

Durante la conduzione del direttore generale del Garibaldi, GIorgio Santonocito, venne inaugurato oltre 6 anni fa il centro di fecondazione assistita al Garibaldi Nesima con una cerimonia alla quale partecipò con fascia tricolore anche l’ex sindaco Enzo Bianco. Allora – secondo notizie – venne speso all’incirca un milione in macchinari per procedere con l’avvio della riproduzione assistita. Ma il percorso del centro sarebbe stato travagliato. Al punto tale che oggi il reparto non figura più neanche tra quelli operativi. Come mai un iter così difficile e travagliato? Si dice che manchino i medici e che l’ospedale ha sempre avuto difficoltà a trovare anche una embriologa. Fatto sta che il centro oggi è praticamente chiuso.

“Ci stiamo organizzando”

Il Garibaldi, interpellato, ha risposto con un comunicato ufficiale: “L’Arnas Garibaldi, seguendo un percorso di periodica revisione delle procedure e delle certificazioni, ha valutato, dopo il nubifragio che ha colpito nel 2021 il Presidio di Nesima e il centro PMA , di perseguire insieme il ripristino e la riprogettazione, secondo le indicazioni dei suoi professionisti e del CNT della logistica e della strumentazione della criobanca. Sono state comunque programmate e assicurate le visite specialistiche di valutazione preimpianto delle coppie e, grazie alla collaborazione degli altri centri di procreazione medicalmente assistita della nostra provincia che hanno offerto il supporto, è stato assicurato il proseguo del percorso assistenziale. Al contempo sono state assunte tutte le necessarie iniziative per dotare il centro di personale medico, sanitario ed amministrativo dotate delle competenze richieste per le relative attività”. Appare evidente che il centro non funzioni da tempo. Ma ci sono altre curiosità che non combaciano.

I costi da sostenere

I costi di una procreazione oscillano tra i i 2750 euro del pubblico, fissati per decreto regionale, sino ai circa settemila euro nei reparti di procreazione privati. Ma c’è un particolare da tenere sotto attenzione. Uno degli ultimi decreti dell’assessorato regionale alla Salute, sotto la direzione dell’ex assessore Ruggero Razza, che risale a settembre (numero 1000­-2022 per il riparto delle somme regionali per le tecniche Pma), ha assegnato dei fondi ai centri di riproduzione, ma con un criterio alquanto dubbio. In precedenza i fondi venivano ripartiti per il 70 per cento ai centri pubblici e per il 30 per cento ai centri privati. Con l’ultimo decreto invece la proporzione è stata invertita. Il 30 per cento (164.751 euro) è stato assegnato al pubblico e il 70 per cento (384.420) ai privati con la motivazione che a Catania come centro pubblico operativo c’era soltanto il Cannizzaro. Ma addirittura questa quota abbattuta, destinata al pubblico è stata a sua volta suddivisa in parti uguali anche agli altri di riproduzione pubblici siciliani che però al momento non sono operativi. Ad esempio anche al Garibaldi di Catania sono andati 41mila euro di contributo regionale per un centro non operativo come la stessa cifra è andata al Papardo di Messina e al centro Pma interaziendale di Palermo. C’è una logica in tutto ciò? Alla fine al Cannizzaro sono arrivati fondi utili per poter favorire soltanto una ventina di coppie in difficoltà. Per tutte le altre l’unica possibilità è di sborsare anche nel pubblico poco meno di tremila euro. Logiche e scelte che lasciano aperti molti interrogativi.

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Giuseppe Bonaccorsi
Giuseppe Bonaccorsi
Giornalista professionista, per molti decenni al quotidiano "La Sicilia" di Catania, con la qualifica di cronista. In passato collaboratore di testate nazionali e corrispondente per anni dell'Agenzia di stampa nazionale "Quotidiani associati".

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