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Remote work: da buzzword a responsabilità sociale

L'emergenza sanitaria da coronavirus ha portato molte aziende ad implementare lo smart work. Ma non è detto che funzioni

Questo articolo arriva in un momento in cui lo smart work (come ci piace chiamarlo specialmente in Italia) sembra essere stato eletto a salvatore del lavoro, dell’economia, della patria.

buzzwordnoun

a word or expression from a particular subject area that has become fashionable by being used a lot, especially on television and in the newspapers.

–  Cambridge Dictionary –

Il vocabolario Cambridge ci dice che una buzzword è una parola che, una volta entrata nell’uso comune, viene utilizzata per il suo fascino specialmente dai media. Il problema delle buzzword è che il loro ciclo di vita comincia con l’indicare una meta che sembra tanto bella quanto irraggiungibile per poi essere recepita in modi tanto diversi da forzarla in altrettanti significati, fino a che, ormai svuotata del suo senso ideale finisce la sua cosa dimenticata nel testi specialistici del periodo.

Il timore di chi, come il sottoscritto, del remote working conosce i vantaggi e gli svantaggi è che il fuoco che ne sta ardendo tanto la fiamma in questi giorni di emergenza sanitaria, sia solo un fuoco di paglia destinato a dare lustro ai titoli dei blog e testate di mezzo mondo per poi giacere come fosse stato solo la moda del momento. E il timore appare ben fondato se si pensa che il lavoro remoto non è una cosa che si improvvisa dall’oggi al domani, ma l’obiettivo che si raggiunge alla fine di un percorso.

Questa emergenza sanitaria ha messo molte aziende di fronte ad uno scenario in cui scegliere il “male minore”, tra la chiusura a tempo indeterminato e lo smart work, ha dato il via ad una implementazione coatta. Nella migliore delle ipotesi stiamo parlando di aziende che operano in ambito digitale i cui prodotti, documenti, scambi informativi, contatti con i clienti e fornitori, sono già “nativamente digitali” e in questi pochi casi l’adeguamento riguarda maggiormente i processi produttivi e l’organizzazione aziendale interna. Nella peggiore delle ipotesi (lasciando ovviamente fuori aziende che operano in settori non remotizzabili) abbiamo realtà in cui il micromanagement è l’unica forma di controllo, per cui la presenza in ufficio rappresenta l’unica metrica per la valutazione del dipendente e, come conseguenza a tutto questo, i lavoratori non sono stati responsabilizzati al lavoro ad obiettivi.

Mentre nel primo caso e in quei casi virtuosi che già in tempi non sospetti avevano avviato la sperimentazione, si ripone la speranza che il remote working attecchisca e diventi parte della logica aziendale, nel secondo caso l’esperimento è destinato ad un pressoché certo fallimento. Il dipendente che si troverà a lavorare da e in un ambiente non attrezzato ad ospitare un lavoratore, privato della necessaria comunicazione con i colleghi, impossibilitato ad attingere alla documentazione che verosimilmente si trova blindata fisicamente dentro le mura dell’ufficio, si troverà disorientato e demotivato e le sue prestazioni peggioreranno sensibilmente. Il (micro)manager che tanto si era opposto all’introduzione di questa diversa modalità di lavoro vedrà nelle difficoltà nell’espletare le proprie funzioni (dovute all’overhead che comporta gestire un gruppo di persone fisicamente lontane) nonché nell’evidente calo prestazione dei lavoratori, le giustificazioni alla logica che vede il lavoro remoto non adatto alla propria situazione.

La realtà ci insegna che non tutto ciò che riluce ci verrà pagato a peso d’oro e il remote working non fa eccezioni. Introdurlo in una azienda strutturata con una storia pregressa e dei processi interni ben stabiliti richiede tempo e risorse, quindi denaro. In questo preciso momento storico siamo chiamati ad avvantaggiarci, ove possibile, di una delle caratteristiche che del lavoro remoto rappresenta vizi e virtù: la distanza fisica, che da un lato lusinga il lavoratore con un ambiente domestico e confortevole, dall’altro lo affligge per via dell’isolamento, se per periodi troppo prolungati.

Ma in questo esatto momento in cui siamo chiamati al buonsenso la domanda che dovremmo porci ogni volta che compiamo ogni gesto dovrebbe essere: “come posso farlo evitando il più possibile contatti esterni?” Nel caso del lavoro la risposta adesso ha un nome, remote work, ed un peso ancora più specifico: responsabilità sociale. L’appello a chiunque stia sperimentando la via del lavoro remoto è di abbandonare l’immagine patinata e glitterata del lavoratore remoto sull’amaca sotto la palma, che riguarda solo un numero esiguo di casi, e di cominciare a valutarne costi e benefici, di alimentare una discussione sana, costruttiva e strutturata attorno all’argomento in modo che quella che oggi è una scelta di buon senso e di responsabilità sociale possa domani diventare uno strumento di produttività a servizio di aziende e lavoratori.

Giuseppe Virzì
Giuseppe Virzì
Release/Reliability Engineer. Public Cloud Application Lead. Veteran Member di Remote Worker Catania.

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