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Gli Ergonauti

Remote Working: la Sicilia deve decidere cosa fare da grande

L'idea è lanciata, l'attenzione c'è, ma i dati dell'ultimo rapporto sull'Isola di Banca d'Italia rivelano le criticità da risolvere per una corretta evoluzione del South Working

Il lavoro come lo conosciamo sta cambiando e nel panorama si delineano i diversi ruoli che ogni paese o regione del mondo può trovarsi a ricoprire. È lecito pensare a paesi datori che esporteranno lavoro fruendo di lavoratori localizzati altrove, e paesi dipendenti dimora di lavoratori stanziali, di ritorno o nomadi di passaggio che li preferiranno per il basso costo della vita? La formula sembra chiara: il lavoro è offerto da aree più ricche a forza lavoro presente in aree economicamente depresse. Proviamo a ragionare sul rapporto sull’economia della Sicilia pubblicato dalla Banca d’Italia la scorsa settimana.

Il digital divide arretra, il digitale arranca

Nonostante l’Italia si trovi a livello europeo al venticinquesimo posto su ventotto paesi, secondo l’indicatore Desi (indice di digitalizzazione dell’economia e della società) la Sicilia sembra eccedere la media nazionale in termini di copertura. Secondo Agcom, nel 2019 circa il 94 per cento delle famiglie Siciliane era coperto da connettività con banda a partire da 2Mb/s e circa il 72 per cento dei comuni siciliani era raggiunto dalla banda larga. Questa situazione è stata confermata da OpenFiber in alcune recenti dichiarazioni.

Fonte: rapporto 2021 n. 19 “Economie Regionali – L’economia della Sicilia” di Banca d’Italia

Ma la connettività non è l’unico fattore determinante per supportare il lavoro remoto in Sicilia. Gli indicatori che misurano la digitalizzazione raccontano una regione al di sotto della media nazionale. A fronte di una condizione di connettività in miglioramento, l’utilizzo che i cittadini ne fanno riguarda maggiormente i servizi di intrattenimento e molto meno l’accesso a servizi telematici. La tendenza si riscontra anche tra le imprese, la cui trasformazione digitale non ha tenuto il passo delle altre regioni del paese. Per semplificare, si potrebbe dire che pur essendo presente la possibilità dell’accesso ai servizi telematici, questi sono ancora scarsamente offerti da amministrazioni e altrettanto scarsamente fruiti dai cittadini. Inoltre il settore privato non integra nei propri processi produttivi alcune delle tecnologie attualmente considerate trainanti nel settore tecnologico.

Principalmente lavoro specializzato

L’emergenza Covid ha aumentato enormemente il ricorso al Remote Working, che in Sicilia è passato dallo 0,8 per cento del 2019 all’11,1 per cento del 2020 considerando tutti i lavoratori dipendenti ed esclusi quelli operanti nell’agricoltura. Se invece si considera solo il settore privato l’incidenza si ferma al 5 per cento.

Fonte: rapporto 2021 n. 19 “Economie Regionali – L’economia della Sicilia” di Banca d’Italia

L’evidenza che sembra legare la diffusione del lavoro remoto all’innovazione tecnologica non è solo apparente: il lavoro remoto è infatti adottato principalmente da lavoratori con grado di istruzione maggiore e da aziende che hanno subito una adeguata trasformazione digitale dei propri processi.

Fonte: rapporto 2021 n. 19 “Economie Regionali – L’economia della Sicilia” di Banca d’Italia

Il principio di località è fuorviante?

Il quadro che emerge dallo studio sembra comunque affetto da una sorta di errore sistematico, considerando che tutte le statistiche sono ottenute a partire da dati che non considerano la caratteristica principale del Remote Working: la liquidità spaziale. Se si considerano gli effetti del lavoro remoto in una regione sulla base delle prestazioni delle aziende localizzate in quell’area, si rischia di escludere il contributo apportato da chi, durante ad esempio l’ultimo anno e mezzo, ha lavorato dal Sud per aziende localizzate al Nord o all’estero. Sembra che le statistiche siano valide per stabilire quanto la Sicilia sia ancora poco pronta a offrire lavoro remoto, ma non rendono l’immagine dell’attrattività dell’area nei confronti di lavoratori remoti e nomadi digitali.

La Sicilia paese datore o dipendente?

L’attenzione mediatica è attualmente puntata sulla promessa di un miglior rapporto tra condizioni di lavoro e condizioni di vita assicurata dal cosiddetto South Working: vivere e lavorare dal Sud per aziende a latitudine più alta. Questo è quanto emerge dall’osservazione attuale. Quello che non sappiamo è quanto labile sia questo equilibrio dettato al momento dalla storica evoluzione di un mondo del lavoro attratto da poli di aggregazione localizzati. In un mondo nuovo in cui cambia completamente il modo in cui il lavoratore contribuisce all’economia dell’area in cui l’azienda è insediata, l’equilibrio tra paese datore e paese dipendente potrebbe ribaltarsi molto più facilmente. La Sicilia, insieme al resto del Meridione, si trova adesso nel panni del Paese dipendente, un paese giovane che sta irrobustendo le ossa e che deve decidere che ruolo ricoprire da grande e se, una volta guarita dal salasso di talenti e avanzata nel processo di “digital transformation”, potrà trovarsi domani a guidare nei panni di paese datore. E vale già la pena di interrogarsi sugli eventuali effetti di una simile evoluzione.

Giuseppe Virzì
Release/Reliability Engineer. Public Cloud Application Lead. Veteran Member di Remote Worker Catania.

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