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Salvare Catania dagli allagamenti “con infrastrutture verdi”. Il progetto Gifluid

La mitigazione del rischio di inondazione nelle aree urbane può essere fatta non solo con grandi opere idrauliche ma "agendo sulla piccola scala per avere effetto su grande scala". questa l'idea alla base dei "rain garden" e di altre infrastrutture verdi, oggi oggetto di studio da parte del professore Giuseppe Cirelli del Di3A dell'università di Catania

Tetti verdi, giardini della pioggia o “rain garden”, pavimentazioni porose, trincee drenanti, bacini di infiltrazione. Sono tutte opere relativamente piccole e poco costose che possono “mitigare il rischio di inondazione nelle aree urbane e suburbane e migliorare la qualità delle acque di deflusso stradale”. Lo afferma Giuseppe Cirelli, professore ordinario di Idraulica agraria e sistemazioni idraulico-forestali all’Università di Catania. Per il docente quello del capoluogo etneo è un contesto fortemente urbanizzato nel quale sarebbe molto complesso ed oneroso progettare realizzare grandi opere per evitare allagamenti delle strade come quelli verificatesi nel capoluogo etneo lo scorso autunno. Bisogna quindi “agire sulla piccola scala per avere effetto su grande scala”.
Opere come il Collettore B, progettato a fine anni ’80 e il cui bando di gara da 39 milioni di euro è stato pubblicato pochi giorni fa dalla struttura commissariale per il contrasto al dissesto idrogeologico di cui è a capo il presidente della Regione, “può risolvere forse qualche problema, ma bisogna ricordare che quando fu progettato l’uso del suolo era completamente diverso, i comuni pedemontani hanno avuto un grande consumo di suolo. Una responsabilità delle amministrazioni negli ultimi trent’anni della cinta urbana”.

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Un tetto verde da 900 metri quadri

I concetti non sono una novità, tanto da essere già sperimentati sempre con l’aiuto di Cirelli dal comune di Valverde “primo luogo dove si stanno applicando questi concetti di infrastruttura verde in ambito etneo”, afferma. Oggi il docente è responsabile per il Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (chiamato in sintesi Di3A) di un nuovo progetto che studierà l’applicabilità di questi principi a Catania. Si chiama Gifluid, acronimo di “Green Infrastructures to mitigate risks in Uban and sub-urban areas to improve the quality of rainwater discharges“, ed è realizzato in collaborazione tra l’ateneo catanese (capofila) e l’Energy and water council di Malta nell’ambito del programma Interreg Italia-Malta finanziato dall’Unione europea. Obiettivo è quello di “mitigare il rischio idraulico nei bacini idrografici a sud della città di Catania (torrenti Acquicella, Forcile, Fosso d’Arci e Buttaceto) e nei bacini idrografici nel territorio di Aci Castello”. E nell’ambito del progetto, nel polo Bioscientifico di via Santa Sofia sede del Di3A, verranno realizzate alcune infrastrutture dimostrative: un tetto verde di circa 900 metri quadrati ed un “rain garden” di circa 200 metri quadrati “che saranno oggetto di monitoraggio da parte dei ricercatori del Di3A per valutare il beneficio idraulico di queste infrastrutture”.  

Aiuole filtro, sotto il livello della strada

“Con Gifluid – spiega Cirelli – valuteremo la possibilità di applicare in ambito urbano questi strumenti. Lo abbiamo appena avviato, ma in questo contesto individueremo aree marginali e libere per promuovere infiltrazione a livello locale urbano”. Ovvero: riprogettare le aree verdi, poche a Catania, con funzione anche d’infiltrare l’acqua nel sottosuolo”. Un luogo ideale per l’applicazione di questi principi sono “le rotonde e aiuole lungo la circonvallazione di Catania, perfette per processi di inflltrazione a livello locale. Il rain garden è come una aiuola che funziona al contrario, realizzati a livello più basso rispetto al suolo stradale in modo da fungere da filtro. Con la doppia funzione dell’alimentazione idrica della stessa area a verde, che supera quindi la sua funzione solo estetica”. A questo andrebbero però aggiunte anche altre pratiche virtuose, sempre su piccola scala. “Basti vedere le modalità con cui smaltiamo l’acqua a livello singoli edifici, quasi sempre con un pluviale che scarica sulle strade. E i cortili dei palazzi sono spesso impermeabilizzati”. Per avere un vero effetto su tutto la città “bisognerebbe fare studi edificio su edificio. Ricordandosi quel che è successo a novembre scorso, ora che è già febbraio”, conclude il docente.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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