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Sanità: i siciliani si curano fuori e portano al Nord 230 milioni di euro

La maggior parte dei crediti (quasi la metà) pagati dalle Regioni "di fuga" finiscono in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Come funziona la mobilità sanitaria interregionale e quanto pagano i cittadini: anche cinquemila euro per sostenere costi di viaggio e di alloggio

La Sanità siciliana è bocciata dai siciliani, preferiscono quella del Nord. Sono sempre più numerosi i siciliani che scappano via dalla propria Isola e vanno a curarsi nelle regioni del Nord. Nel 2021 il sistema sanitario regionale ha sborsato 32 milioni di euro in più rispetto al 2020 per sostenere le cure mediche dei cittadini che hanno preferito altre strutture sanitarie in altre aree d’Italia. Lo certifica l’ultimo rapporto pubblicato dalla Fondazione Gimbe. Nel corso del 2020 la Regione Siciliana aveva pagato ai sistemi sanitari di altre Regioni 198,5 milioni di euro. Nel 2021 ha sborsato invece oltre 230 milioni di euro. Aveva, viceversa, incassato dalle altre regioni, per i pazienti venuti a curarsi in Sicilia nel 2020, poco più di 25 milioni di euro. Nel 2021 ha raddoppiato questo risultato e ne ha incassati circa 50 milioni. Il saldo finale, tra quanto speso per mobilità sanitaria in uscita e quanto ricavato per la mobilità in entrata, supera i -177 milioni di euro, quattro milioni in più rispetto all’anno precedente. Il bilancio finale è chiaro. La Sicilia attira pazienti dal resto d’Italia, ha addirittura raddoppiato questa capacità, ma ne fa fuggire via molti di più rispetto al passato. E continua quindi a spendere cifre esorbitanti – è la terza Regione d’Italia per disavanzo negativo tra mobilità sanitaria in entrata e in uscita – perché i siciliani, evidentemente, non si fidano della sanità regionale.

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Sanità: come funziona la mobilità tra le Regioni

Ogni cittadino può scegliere di farsi curare in qualsiasi regione e non per forza in quella in cui risiede. Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) garantisce comunque l’assistenza. La “mobilità attiva” identifica l’indice di attrazione di una Regione, ovvero le prestazioni sanitarie erogate a cittadini non residenti. La “mobilità passiva” esprime invece l’indice di fuga da una regione. Sono le prestazioni sanitarie erogate ai cittadini in una Regione diversa da quella di residenza. Lo spiegano gli esperti di Gimbe, che aggiungono: “Dal punto di vista economico, visto che per le Regioni la mobilità attiva rappresenta una voce di credito e quella passiva una voce di debito, la Regione che eroga la prestazione viene rimborsata da quella di residenza del cittadino”. Una vera e propria compensazione che si basa su sette flussi finanziari, in base alle prestazioni erogate. Si va dai ricoveri ordinari e day hospital, in strutture pubbliche o private convenzionate, alla medicina generale, alla specialistica ambulatoriale. Rientrano anche le spese farmaceutiche, le cure termali, i trasporti con ambulanza ed elisoccorso.

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Da 200 a 5.000 euro per andare fuori a curarsi

Quanti sarebbero, in questo scenario, i pazienti interessati? Gimbe ammette che non ci sono dati aggiornati. Secondo uno studio realizzato dal Censis per Casamica sui dati del 2015, sarebbero un milione e 400 mila le persone interessate, di cui 750 mila pazienti e 650 mila accompagnatori. Gimbe fornisce alcuni dettagli anche sui costi sostenuti per gli spostamenti. Secondo un’indagine condotta su circa quattromila cittadini italiani, nel 43 per cento dei casi chi si sposta dalla propria Regione sostiene spese comprese tra 200 e mille euro e nel 21 per cento dei casi fra mille e cinquemila euro. Secondo altre indagini condotte su circa 1.300 pazienti oncologici, oltre il 45 per cento di loro sostiene spese per mezzi di trasporto (in media 359 euro/anno) e il 26,7 per cento per l’alloggio lontano dalla propria residenza (in media 227 euro/anno)12. Infine, sottolinea la Fondazione, occorre considerare i costi indiretti, quali assenze dal lavoro di familiari e permessi retribuiti. C’è poi un costo “intangibile”: non poter usufruire pienamente e senza spese proprie di un preciso diritto, quello alla salute, sancito dalla Costituzione. Proprio quello che le istituzioni dovrebbero garantire senza costringere i cittadini ai viaggi della speranza.

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Una torta tra Regioni che vale 4,2 miliardi di euro

La mobilità sanitaria interregionale nel 2021 vale 4,2 miliardi di euro e rappresenta il 3,36 per cento della spesa sanitaria totale (oltre 126 miliardi di euro). Gimbe fa notare come “i flussi economici della mobilità sanitaria scorrono prevalentemente da Sud a Nord” e che “oltre il 50 per cento dei ricoveri e prestazioni ambulatoriali in mobilità vengono erogate da strutture private accreditate, un ulteriore segnale di impoverimento del Ssn”. La maggior parte dei crediti (quasi la metà) pagati dalle Regioni “di fuga” finiscono in Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Nel dettaglio, complessivamente, oltre l’86 per cento della mobilità sanitaria è relativo a prestazioni di ricovero ordinario e day hospital (69,6 per cento) e specialistica ambulatoriale (16,5 per cento), di cui oltre la metà viene erogata dalle strutture private. Per Gimbe un “segnale inequivocabile di indebolimento di quelle pubbliche”.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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