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Sanità, Roma continua a tenersi i soldi dei siciliani. Statuto regionale violato

Lo Stato è in debito con i siciliani: non ha attuato gli accordi per retrocedere parte del gettito sui prodotti petroliferi, come prevede la legge 296/2006. "Le trattative in merito si sono rivelate estremamente difficoltose ed hanno subito una lunghissima stasi", si legge nel Defr

La Sicilia, stando ai numeri, avrebbe avuto un trattamento privilegiato. Ma non è esattamente così: per il funzionamento della sanità lo Stato ha un grosso debito verso i siciliani. La sanità regionale nel 2021 è costata 2.200 euro per ogni siciliano e il costo è aumentato nel 2020 del 13,2 per cento per l’acquisto di beni e servizi e dell’1,7 per cento per il personale, con una dotazione organica cresciuta del 2,1 per cento. Si tratta della “principale destinazione della spesa primaria corrente della Regione e costituisce una delle aree di intervento maggiormente interessate dalle ricadute della pandemia da Covid-19”, osserva il report annuale della Banca d’Italia dedicato all’economia dell’Isola, che precisa: “nel biennio 2020-21 le entrate ordinarie non sono state sufficienti a coprire i maggiori oneri derivanti dell’emergenza sanitaria”. A rafforzare la dotazione finanziaria in tempi di Covid, ci ha pensato lo Stato con risorse straordinarie del Fondo sanitario nazionale. Adesso toccherà ai fondi del Pnrr, che serviranno a rafforzare l’offerta sanitaria entro il 2026: si tratta di “risorse aggiuntive pari al 10,7 per cento di quelle ordinarie e in rapporto alla popolazione residente sono pari a 208 euro pro capite, valore superiore alla media nazionale”, per Bankitalia.

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Il Piano di rientro del 2006 e gli accordi con lo Stato

Come emerge dall’ultimo Defr (Documento di economia e finanza regionale), “il settore sanitario, da solo, assorbe oltre il 50 per cento delle risorse regionali. A seguito della situazione di disequilibrio economico-finanziario del 2006, per oltre 800 milioni di euro, è stato oggetto di un programma di riforma”. Si tratta di un piano di rientro con cui è iniziato nel 2007 un percorso “affinché anche la Regione Siciliana giungesse – si legge nel Defr – al pari delle altre regioni a statuto ordinario ed a statuto speciale, alla piena responsabilizzazione nel finanziamento della sanità, senza più alcun apporto a carico dello Stato”. Con una contropartita importante. Lo strumento fondamentale per il raggiungimento della vera autonomia di spesa era stato infatti individuato nell’adozione di nuove norme di attuazione dello Statuto della Regione Siciliana (art 1, commi 830, 831 e 832, della legge 296/2006) in materia sanitaria, nell’ambito del quale i maggiori costi sostenuti dalla Regione per il finanziamento del Sistema sanitario avrebbero dovuto essere compensati mediante la retrocessione dallo Stato alla Regione di una percentuale del gettito delle accise sui prodotti petroliferi immessi in consumo nel territorio regionale.

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Le accise che Roma dovrebbe restituire a Palermo

“La predetta intesa preliminare sulle nuove norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana in materia sanitaria – si legge ancora nel Defr – non è ad oggi stata raggiunta, poiché le trattative in merito si sono rivelate estremamente difficoltose ed hanno subito una lunghissima stasi, alle cui cause ‘non è estraneo il comportamento dello Stato’, come evidenziato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 62 del 2020”. Nonostante la mancata attuazione delle disposizioni, lo Stato ha imposto alla Regione un obbligo, crescente negli anni, di concorrere alla spesa sanitaria. Nel Defr si tratta di un “rilevante definanziamento” che si è tradotto in una “sensibile riduzione della capacità di spesa della Regione, che nel corso degli anni ha anche dovuto accedere a prestiti e farsi carico dei relativi costi”. Quali gli sviluppi ipotizzabili, adesso? Con un governo nazionale in carica solo per gli affari correnti e una legislatura regionale che volge al termine, l’attuazione degli accordi richiamati non può che essere rimandata a un momento di maggiore stabilità politica tra Roma e Palermo. 

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Gli investimenti della Regione e le novità del Pnrr

In attesa di regolarizzare una volta per tutte i rapporti tra Stato e Regione per il funzionamento del sistema sanitario, c’è in atto un piano di investimenti in infrastrutturazione sanitaria, varato dal governo regionale. L’importo complessivo è di 596 milioni di euro, somme immediatamente disponibili, assegnate dal Cipe: 160 milioni di euro per la realizzazione del nuovo presidio ospedaliero di Siracusa, 156 milioni di euro per il nuovo Ospedale Ismett II di Carini, 280 milioni di euro per la realizzazione di un nuovo distretto sanitario nella parte nord-ovest di Palermo che ingloberà realmente gli ospedali Villa Sofia e Cervello. Altri 352 milioni di euro (compresi fondi di carattere regionale), sono al vaglio del Cipe e serviranno a costruire un nuovo ospedale nell’area Sud-Ovest di Palermo che andrà a sostituire i due presidi contigui del Civico e del Policlinico Universitario, che presentano strutture risalenti all’inizio del ‘900. Fondi Pnrr permetteranno invece di realizzare 155 Case della comunità (per l’assistenza sanitaria, socio-sanitaria e sociale di prossimità), 43 Ospedali di comunità (Odc, strutture sanitarie intermedie tra il domicilio e il ricovero ospedaliero) e 50 Centrali operative territoriali (Cot) per il raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi setting assistenziali.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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