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Se il decreto Liquidità penalizza il Sud non è colpa del Nord

Secondo la Fabi (e il vicepresidente Armao) c'è una sproporzione tra credito garantito erogato dallo Stato e numero di attività nel Nord Italia. Ma se si guarda il fatturato, lo scenario cambia

Rieccoci a parlare di Nord contro Sud. L’ultima occasione è uno studio della Fabi (la Federazione autonoma bancari italiani): afferma che metà dei prestiti agevolati dal decreto Liquidità è volata in Lombardia, Venero, Emilia-Romagna e Piemonte. Troppo in proporzione al numero di Pmi e partite Iva. Risultano così “significativamente premiate” alcune zone del Paese e “altre, specie al Sud, pesantemente penalizzate”. Eppure basta spostare lo sguardo dal numero di imprese al loro fatturato per capire che la sproporzione non è così forte. O, meglio, è conseguenza di una debolezza che non è certo arrivata con il virus.

Il “deficit” di credito

Nelle quattro regioni del Nord è arrivato il 50,7 per cento dei prestiti fino a 800 mila euro garantiti dallo Stato. Pmi e partite Iva locali rappresentano invece “solo” il 38 per cento del totale nazionale. Oltre alle quattro regioni che concentrano la maggior parte delle risorse, solo Marche e Umbria hanno una quota di Pmi e partite Iva superiore alla fetta di credito erogato. Tutte le altre sono in “deficit”, compresa la Sicilia: nell’isola opera il 7,7 per cento di autonomi e piccole medie imprese ma è arrivato solo il 5 per cento dei prestiti (848 milioni). Secondo la Fabi, si scava così un “un evidente divario” tra le aree del Paese. Il punto, però, è che quel divario c’era già e non stato certo il decreto Liquidità a crearlo.

Cambia la prospettiva, cambiano i dati

Il vicepresidente della Regione, Gaetano Armao, ha rilanciato lo studio su Facebook, accompagnandolo con queste parole: “Lo avevamo previsto…la liquidità apprestata dal governo, che impone vincoli e rigidità, favorisce le regioni del Nord e discrimina Sud ed Isole. Il Mef deve intervenire a garantire la proporzionalità, subito”. I numeri della Fabi sono questi. E sono incontestabili. Ma un conto sono le cifre e un conto solo le loro ragioni. Basta cambiare di pochi gradi l’angolatura e lo scenario cambia. Se anziché guardare il numero delle attività ci si concentra sul loro fatturato, la quota di credito destinata alle regioni del Nord non è più così squilibrata. Secondo il rapporto “Pmi Centro-Nord” di Confindustria, il fatturato aggregato delle piccole medie imprese del Nord Italia vale il 66,3 per cento del totale, contro il 18,2 per cento del Centro e il 15,5 del Sud. Nel 2016 (l’ultimo dato disponibile) il fatturato delle Pmi lombarde valeva il 29 per cento di quello nazionale. Cioè meno del 22,5 per cento del credito ricevuto dal Fondo centrale di garanzia. E anche nel caso di Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte vale la stessa cosa: la quota di prestiti è inferiore a quella di fatturato prodotto. È vero: i perimetri delle due misurazioni non sono uguali, perché Confindustria non include le partite Iva. Ma si tratta comunque di un’indicazione.

Leggi anche – “Rischio usura” per le aziende. La proposta di legge di Unes

Cosa non dice lo studio della Fabi

Ci sarebbe anche il particolare non secondario che le regioni capaci di ottenere più credito sono anche quelle più colpite dall’epidemia. E va ricordato che non si tratta di contributi a fondo perduto ma di prestiti (per quanto a condizioni vantaggiose) da restituire. Ed è quindi plausibile che imprese più grandi e capitalizzate (che sono al Nord) abbiano sia la possibilità che la necessità di chiedere prestiti più cospicui. E poi ci sono altre cose che l’indagine della Fabi non dice. Il divario c’è, ma non si sa se sia stato aggravato da richieste respinte, da domande di importo minore o dal fatto che le imprese meridionali non abbiano voluto (perché troppo deboli) o potuto (perché le banche non lo hanno permesso a causa, ad esempio, di incagli) presentare richiesta. In entrambi i casi, il problema non nasce con il Covid-19: le Pmi (per non parlare degli autonomi) al Sud devono fare i conti con la propria fragilità, che si riverbera sull’accesso al credito.

Le ragioni (profonde) del divario

Ecco perché la Svimez aveva sottolineato già a inizio aprile che, nonostante un impatto economico immediato minore e a una crisi sanitaria meno intensa, il rischio fallimento per le imprese meridionali sarebbe stato quadruplo rispetto a quelle del Centro-Nord: “Il Sud sconta la precedente lunga crisi, prima recessiva, poi di sostanziale stagnazione, dalla quale non è mai riuscito a uscire del tutto”. Ecco perché le associazioni di categoria hanno sempre, sin da subito e non solo in Sicilia, invocato risorse a fondo perduto e non prestiti. Si può quindi discutere la scelta del governo di aver puntato sul credito, che non favorisce certo chi è più in difficolta. Ma non si può risolvere tutto in una continua opposizione tra Sud oppresso e Nord padrone.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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