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Se la Sicilia finisce in quarantena

Non è solo questione di salute. Il contagio peggiore da coronavirus rischia di essere quello economico. Soprattutto per la regione

Materie prime difficili da reperire. Edilizia e metalmeccanica in affanno. In crisi il turismo. Preoccupazione per i lavoratori. Prime saracinesche chiuse a Misterbianco (Catania). Non è solo questione di salute. Il contagio peggiore da coronavirus rischia di essere quello economico. L’emergenza sta trasformando l’Italia in un’economia infetta: d’altronde “il contagio economico può fare persino più danni di quello virale”, spiega senza mezzi termini il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Mentre chiudono fiere e manifestazioni (vedasi Mandorlo in fiore), mentre il turismo perde a doppia cifra e le regioni del Sud snobbano le più ricche del paese, Bankitalia, tanto per dire, ha stimato che l’impatto economico del Covid-19 sul Pil sarà dello 0,2 per cento. Cioè 3,6 miliardi di euro. Che la situazione stia sfuggendo di mano, lo hanno visto coi loro occhi gli stessi dipendenti Conad a Palermo: subito dopo la notizia di un primo caso positivo al coronavirus nel capoluogo, le vendite sono aumentate, rispetto all’anno precedente, del 300 per cento. Numeri che nemmeno a Natale, ha spiegato Francesco Pugliese, amministratore delegato, in un’intervista al Foglio. La psicosi dunque è arrivata anche in Sicilia. E con quella tutto il resto. Il governo nazionale accelera per cercare di mettere una toppa al contagio economico (in itinere un decreto legge ad hoc). Al centro del dibattito provvedimenti d’emergenza per aiutare l’economia delle zone rosse di Codogno & Co. Bene, o meglio benino.

C’è un problema: il sistema economico siciliano è già tutto zona rossa. E da parecchio tempo. L’onda lunga dell’effetto coronavirus si sta abbattendo come uno tzunami sulle aziende della regione: il settore alberghiero in due giorni ha già registrato un 80 per cento di disdette delle prenotazioni. Poi ci sono le trentacinquemila aziende dell’agroalimentare a rischio paralisi, solo in provincia di Palermo. “Le misure restrittive che potrebbero essere decise nei prossimi giorni, unite alla chiusura di alcuni mercati del Nord Italia che hanno portato allo stop delle esportazioni dall’isola, sarebbero il colpo di grazia su una stagione già compromessa da condizioni meteoclimatiche avverse e prezzi sempre più al ribasso”, dice Luca Basset, direttore della Cia Sicilia Occidentale. In ansia anche le aziende agricole, zootecniche e agrituristiche.

Il rischio più grande per le imprese è l’irrazionalità collettiva e gli effetti collaterali che il virus trasmetterà all’economia: un pericolo soprattutto per le piccole e medie aziende già messe a dura prova dalla crisi finanziaria. Per queste, l’emergenza coronavirus potrebbe perfino rappresentare la batosta finale, il tracollo. Confcommercio ha già chiesto lo stato di crisi nazionale, prevedendo un rischio occupazionale di circa centomila persone. Tante sul tavolo le proposte: proroga delle scadenze fiscali e contributive, moratoria dei mutui e attivazione del fondo centrale di garanzia; utilizzo degli strumenti di cassa integrazione e del fondo di integrazione salariale anche in favore dei dipendenti di micro e piccole imprese; un sistema di indennità per i lavoratori autonomi; una mobilitazione straordinaria dei piani promozionali per l’export e della diplomazia commerciale a tutela del made in Italy e del turismo italiano; misure per il settore dei trasporti quali la sospensione delle tasse di ancoraggio nei porti, il rafforzamento della sanità marittima e la riduzione dei canoni di concessione demaniale per le imprese terminaliste dei porti.

Dove trovare i soldi per tutto questo resta ancora da vedere. A livello nazionale si discute. A livello regionale si attende. Bisognerebbe preoccuparsi con urgenza di come correre ai ripari. Governare l’emergenza senza farne nascere un’altra. La Sicilia non può permettersi di finire in quarantena. Potrebbe essere un’altra vittima.

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Silvia Ragusa
Silvia Ragusa
Una siciliana in perenne emigrazione: Ragusa, Milano, Madrid. Collaboro con diverse realtà editoriali. Ho scritto di Ue e di Spagna per il Fatto quotidiano, Linkiesta, Il Venerdì di Repubblica, Il Foglio. E mi occupo di economia e finanza per un editore iberico. Poi il rientro a sud in cerca di basilico, amaro e Sellerio.

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