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Vino e territorialità, identità che vanno valorizzate e sapute vendere

I vini italiani sono tanti e tutti legati al territorio e alle sue peculiarità. Diversità che vanno esaltate facendone un punto di forza, ma serve anche l'aiuto della politica. Tanta produzione poco guadagno

“Identità territoriale dei vini nel mercato mondiale”. Non è solo il titolo di uno dei convegni della 41esima edizione della rassegna ViniMilo è anche un tema fondamentale per ogni luogo e per ogni produttore. Grazie alla territorialità e all’esaltazione delle sue caratteristiche si riesce a produrre vini di qualità, peculiari e identificativi in loco e nel mondo. Pensiamo ai vini Etna Doc, non sarebbero tali senza le uve del nerello mascalese per i vini rossi e del Carricante per i vini bianchi e senza l’Etna su cui crescono. Lo stesso vale per gli altri vini italiani. Al convegno sono stati presenti i rappresentanti del vino Orcia Doc e del consorzio Cembrani Doc. L’Italia è terra di vini la cui qualità è sempre più alta e apprezzata. Il territorio fa la differenza, ma serve maggiore capacità di sapere comunicare il prodotto.

Diversità è arricchimento

A sottolineare la grande varietà e dunque l’importanza del territorio è Maurizio Lunetta, direttore del Consorzio di tutela Etna Doc. Lo fa a partire dai numeri. “In Italia abbiamo 341 Doc 74 Docg e 118 Igt. Una diversità che si aggiunge al fatto che quasi l’80 per cento della superficie viticola italiana è coltivato con 60 varietà di vite diverse mentre in Francia e Spagna l’80 per cento è coltivato con sole 15 varietà. Questi numeri spiegano la grande diversità e l’importanza dei territori nella produzione vitivinicola italiana”. In Sicilia, ad esempio, non si parla solo di vini dell’Etna. Tra gli altri, grazie anche a un progetto di recupero avviato dalla Regione Siciliana, oggi si parla anche di vigneti Reliquia, antiche varietà di vitigni autoctoni. “Sono 64 quelli identificati nel messinese e che, con i cambiamenti climatici in atto, costituiscono un serbatoio genetico di varietà strategico per il futuro delle viticoltura in Sicilia” secondo Lunetta.

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Economia sostenibile

Saggezza, esperienza ed esaltazione delle peculiarità del territorio non fanno bene solo ai produttori ma anche all’economia con processi economici sostenibili, come sottolinea Luca Brunelli, componente di giunta della Cia nazionale e produttore di vino Montalcino. Territorialità inoltre, significa carattere. “Etna e Val d’Orcia sono due realtà con simile storia, condizioni peculiari e differenti. Realtà identitarie uniche dove il carattere dei vini e delle persone è diverso da tante altre realtà del mondo. Idem per le crete senesi”, sostiene. Peculiarità che trovano riscontro nella comercializzazione ma che potrebbero fare molto di più, accrescendo, ancora una volta, sia i produttori che i territori. Due le facce della stessa medaglia per raggiungere l’obiettivo: unirsi, seppure nella diversità, per presentare l’agroindustria italiana fuori dai confini nazionali e avere le politiche di supporto.

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I francesi sanno vendere meglio il loro vino

Come dicevamo, a livello internazionale i vini italiani non sono mal posizionati, ma se guardiamo ai numeri, soprattutto quelli francesi, è chiaro come l’asticella potrebbe salire ancora. “Negli Stati Uniti siamo il primo paese esportatore con diversi milioni di ettolitri in piu della Francia, ma fatturiamo la metà”, dice Lunetta. Una situazione che non si spiega con la qualità, ma “con la capacità di rappresentarla”. Insomma, siamo dei cattivi rappresentanti di noi stessi. In generale produciamo di più, circa 50 milioni di ettolitri contro i 40 della Francia, ma fatturiamo molto meno. “In Italia abbiamo complessivamente 680 mila ettari di vigneto, in Sicilia 90 mila ma è una produzione in flessione negli ultimi 30 anni, prima erano circa 120 mila. “Inoltre – aggiunge Lunetta – al Nord la media produttiva è maggiore. Circa 80-100 quintali a ettaro in Sicilia, mentre in Lombardia, Veneto ed Emilia si arriva 200 quintali a ettaro”.

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Vigneti come itineraio enoturistico nel senese

Esempio di valorizzazione territoriale sono di certo i vini Chianti, Brunello e Nobile di Montepulciano delle crete senesi. Una zona che, come racconta Valentino Berni, produttore di vino dell’Orcia Doc, era vocata ma non valorizzata. La scommessa è stata vincente però e così dopo 20 anni si è passati da 10-15 produttori e 40-50 ettari di vigneti a 65 i produttori e 500 ettari. Un processo “lento ma costante” lo definisce Berni, capace di modificare il paesaggio e diventare anche itinerario enoturistico, sviluppando indotto e microimprese.

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Il Consorzio trentino Cembrani Doc

Anche il Trentino ha nomi di vini importanti da “vendere” ed è anche per questo che nel 2012 è nato il Consorzio Cembrani Doc, nella Valle di Cembra, Trento. La produzione dei vini è caratterizzata al 30 per cento da Muller Turgau, per un altro 30 per cento da uve per base spumante Trento Doc e poi ci sono altre varietà legate al bianco (Riesling, pinot grigio, bianco, moscato, Traminer) e tre varietà di rosso (schiava, vitigno storico; pinot nero e Lagraine). Per il futuro, come spiega la coordinatrice del consorzio Mara Lona, si punta al proseguimento dell’action plain per entrare nei territori Giahs Fao, basandosi sulla sostenibilità ambientale e la conservazione dinamica del territorio.

Desirée Miranda
Nata a Palermo, sono cresciuta a Catania dove vivo da oltre trent'anni. Qui mi sono laureata in Scienze per la comunicazione internazionale. Mi piace raccontare la città e la Sicilia ed è anche per questo che ho deciso di fare la giornalista. In oltre dieci anni di attività ho scritto per la carta stampata, il web e la radio. Se volete farmi felice datemi un dolcino alla ricotta

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