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Agricoltura, accoglienza, innovazione: gli orti in acquaponica di Proxima

A Ragusa da due anni esiste un orto dove le piante stanno in acqua e non sulla terra. E il nutrimento viene dai pesci. Lo gestisce la cooperativa sociale Proxima, che dà al lavoro a otto stranieri vittime di tratta e sfruttamento

Da discarica ad azienda agricola innovativa, in appena cinque anni. E con alla base un progetto di inclusione sociale. Questa la storia della cooperativa sociale Proxima a Ragusa, che nel 2017 ha inserito nel suo progetto Fari, dedicato agli stranieri vittime di tratta e di sfruttamento lavorativo e finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, l’attività all’interno dei circa due ettari di terreno in via Deledda. “Dal 2003 sviluppiamo programmi di assistenza e integrazione per queste persone in difficoltà, con un primo approccio volto all’emersione e con aiuto pratico che va dal disbrigo pratiche, all’accoglienza”, racconta Letizia Blandino, responsabile delle pubbliche relazioni di Proxima. Tra le attività di integrazione, dal 2017, c’è anche quella negli orti sociali, “in questo terreno datoci in comodato d’uso dal Comune”. Da un anno e mezzo, proprio in quei luoghi che solo cinque anni fa erano “una discarica”, viene applicata in serra una tecnica di coltivazione poco conosciuta in Sicilia: l’acquaponica. Tutto viene coltovato in acqua, ma questo che permette paradossalmente di risparmiarla “fino al 90 per cento rispetto alle coltivazioni tradizionali. Siamo tra i primissimi a usarla in Sicilia”, spiega.

I pesci danno nutrimento alle piante

L’acquaponica prevede la coltivazione di ortaggi e piante da frutto direttamente in acqua e, come ha spiegato Blandino lo scorso 1 ottobre a una delegazione di ortisti del quartiere Librino di Catania, è in realtà una modalità antichissima, con testimonianze anche nei popoli della Mesopotamia. Tra i paesi dove la tecnica è stata maggiormente sviluppata nei secoli vi è soprattutto il Giappone, alla cui tradizione si rifà anxhe Proxima: le grandi coltivazioni in acqua sono collegate a delle vasche con dei pesci. “Questi, con la loro vita in acqua, permettono di dare il nutrimento alle piante completando il ciclo dell’azoto, necessario per la loro crescita”. Nell’intricato dedalo di tubature vi sono poi solo dei filtri ad eliminare gran parte delle impurità. Ma si tratta sostanzialmente di un continuo ricircolo. Per fare tutto questo “utilizziamo vari tipi di pesci, ma i più importanti sono le Carpe Koi, che vengono dal Giappone e vivono fino a 60 anni”, prosegue Blandino. Coltivare ortaggi significa quindi anche diventare esperti nell’itticoltura, con una organizzazione delle vasche divisa in base all’età dei pesci “che facciamo riprodurre depositando le uova su alcune finte alghe, che una volta fecondate separiamo dal resto, in modo che non vengano mangiate da altri pesci”, racconta l’operatrice. Sono pesci “ornamentali, non per uso alimentare”, specifica. Eppure “alcuni sono però stati rubati. Certamente una bravata, di alcuni ragazzi”, racconta.

Prodotti “intrinsecamente biologici”

La coesistenza di pesci e piante crea anche le condizioni per migliori ortaggi: “Non possiamo utilizzare pesticidi e altre sostanze sulle piante, perché ucciderebbero i pesci. Viceversa, non possiamo dare mangimi con ormoni ai pesci, perché questi finirebbero sulle piante”, spiega Blandino. Un approccio “intrinsecamente biologico”, anche se, al momento, nessuna delle produzioni, dalle lattughe alle zucchine alle fragole, ha una certificazione. “Si tratta di una scelta legata al prezzo del prodotto finale, che vogliamo tenere concorrenziale visto anche il fine sociale di questa realtà. Quello che coltiviamo in acquaponica ha dei prezzi allineati al mercato”. E con vantaggi anche per chi coltiva, oltre al risparmio di acqua e di lavoro per la movimentazione del terreno: “Riusciamo a coltivare più piante in meno spazio, e in media raccogliamo tutto più velocemente, almeno due o tre settimane prima degli ortaggi coltivati su terra”.

Iulian tra poco avra una famiglia in Italia

I prodotti dell’orto sociale sono acquistabili direttamente sul posto, in un mercatino nato accanto alle coltivazioni di via Deledda. “La particolarità è che li vendiamo con le radici, mettendoli in acqua durano anche un mese”. Le conserve sono invece acquistabili anche online. Le vendite, come spiega Blandino, non bastano ancora alla piccola azienda agricola per essere autosufficiente: l’orto sociale si sostiene in buona parte ancora con i fondi del progetto d’accoglienza Fari, ormai arrivato alla quinta edizione. “Le persone che lavorano qui, stranieri vittime di tratta o sfruttamento, sono otto. In più lavoriamo al progetto, che comprende anche il laboratorio di sartoria, anche vari operatori”. Quel che conta dunque è innanzitutto l’esperienza lavorativa e di integrazione. Come nel caso per Iulian, 21 anni, arrivato dalla Romania otto anni fa con la famiglia, trasferitasi nella zona di Vittoria “per trovare lavoro in agricoltura. Qui ci sono molte più opportunità rispetto alla Romania”, spiega. Iulian, fin da ragazzino, ha quindi lavorato “nelle serre, dove si guadagnano circa 25-30 euro al giorno”. E a Vittoria è venuto in contatto dagli operatori di Proxima. “Con il loro aiuto ho preso la licenza media e a diciotto anni, dopo averci riflettuto, ho pensato di far parte di questa esperienza. Oggi sono soddisfatto, e tra pochi mesi nascerà anche il mio primo figlio, sto con una ragazza italiana”, racconta soddisfatto il giovane.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Catanese, mai lasciata la vista dell'Etna dal 1984. Dal 2006 scrivo della cronaca cittadina. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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