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Psicologia e lavoro

Attenti ai commenti sui social. Soprattutto se si cerca lavoro

È sufficiente un lontano riferimento a temi sessisti, a posizioni politiche imprudenti o hate speech per connotare e talvolta distorcere i caratteri salienti di una persona su cui, ad esempio, si stanno facendo delle valutazioni curriculari

Wilbur Storey, giornalista statunitense, annunciò nel lontano 1861: “È dovere di un giornale stampare le notizie e scatenare l’inferno”. Obiettivo del suo imperativo era quello di “[..] spronare i giornalisti alla ricerca della verità, [..], a tal punto da creare un inferno per le persone, le organizzazioni, le imprese colpevoli di quella cosa”. E se invece fossimo noi stessi fautori di notizie “infernali”, contrastanti, non veritiere e cariche di odio? E se i potenziali datori di lavoro “sbirciassero” i nostri profili social cosa ne sarebbe di noi?

Cultura dei commenti

Oggi più che mai, con l’avvento del web 2.0, e la diffusione della “cultura dei commenti”, le notizie sono nelle mani di tutti, chiunque può fruirne, storpiarne e interpretarne a proprio piacimento il significato. I media digitali sono diventati il mezzo principale di diffusione per allarmismo di massa, proliferazione di fake news e catalizzatori di molteplici forme di odio. Sono inclusi in questo gruppo gli hate speech (letteralmente discorso di odio). Proviamo a comprenderne alcuni aspetti psicologici da cui nasce la vulnerabilità all’informazione. E quali ripercussioni ha / potrebbe avere la web reputation: l’identità personale online tanto cara ai recruiter.

La fiducia del lettore

“Ogni strumento è utile e prezioso solo se ci spinge ad andare e vedere cose che altrimenti non sapremmo, se mette in rete conoscenze che altrimenti non circolerebbero, se permette incontri che altrimenti non avverrebbero”. Sono le parole contenute nel messaggio del Santo Padre Francesco per la 55ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che quest’anno si celebra, in molti Paesi, il 16 maggio.
Il web è senza alcun dubbio aggregatore di notizie provenienti da fonti le più disparate, nel valutare l’attendibilità “delle cose che altrimenti non sapremmo” noi non facciamo riferimento a tutte le informazioni di cui teoricamente disponiamo, ma attingiamo solamente a quelle più facilmente accessibili alla nostra mente. Nel processo di valutazione tendiamo, in un certo senso, ad “economizzare”, dal punto di vista dell’impegno mentale, gli sforzi, coerentemente al fatto che le energie disponibili sono in un dato momento limitate, optando per quelle più vicine o simili alle proprie idee, a quelle degli amici o al sito cui ci affidiamo: “Ci si fida oggi più dei propri familiari e amici che degli esperti del New York Times” chiariscono Claire Wardle e Hossein Derakhshan in un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa dal titolo – appunto – Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking.

L’emozione vale più del contenuto

Entrando in contatto, in rete, con le “conoscenze che altrimenti non circolerebbero”, il lettore non ne interiorizza solo il contenuto ma anche l’emozione provata da chi propone il post, inducendo in tal senso un bias o distorsione di giudizio valutativo che dir si voglia. La propria esperienza, di supporto alla dimensione affettiva nel processo cognitivo, aiuterà, poi, il lettore a codificare i commenti, i post, in immagini, metafore e narrazioni che lo legheranno ancor più alla news …. augurandoci che queste non siano fake news o hate speech.

Linguaggio d’odio

Un vero e proprio fenomeno, quello che gli anglosassoni definiscono “hate speech”, un discorso non argomentato e che ha come obiettivo la discriminazione verbale, poi amplificata sui social attraverso quello che in psicologia prende il nome di effetto di “polarizzazione” e di “bolla”. Cioè l’estremizzarsi di una posizione del gruppo in seguito all’interazione intercorsa tra i suoi membri. Se da un lato il web mette in rete “incontri che altrimenti non avverrebbero”, dall’altro amplifica la tendenza a chiudersi in comunità omogenee, o “bolle” per l’appunto, in cui si passa il tempo a darsi ragione a vicenda e a polarizzare il proprio punto di vista senza un vero scambio con chi la pensa diversamente. L’anonimato dei loro autori, la permanenza dei messaggi online nel tempo e la capacità di propagarsi in piattaforme ed ambienti diversi da quelli dove i messaggi sono stati creati, sono alcune delle caratteristiche che contraddistinguono i discorsi degli hate speecher. Contrastarli su piattaforme online è, per certi versi, più complicato che combatterli altrove.

L’importanza della web reputation

Ogni azione, commento, like, che si esegue online, è bene ricordare, va a incidere sulla propria web reputation. Ogni nostro comportamento, ogni nostra notizia postata o preferenza dichiarata on line, permanenti nel tempo, contribuiscono a formare l’idea e il giudizio che chi ci legge esprime su di noi. Ogni contenuto che pubblichiamo, un commento a un post, o un’immagine violenta, contribuisce alla creazione della nostra web reputation, e, per rispondere alla domanda posta in apertura, se i web recruiter “sbirciassero” i nostri profili social cosa ne sarebbe di noi? Possiamo sicuramente rispondere che la web reputation è in grado di influenzare anche la valutazione dei recruiter: è sufficiente un lontano riferimento a temi sessisti, a posizioni politiche imprudenti o hate speech per connotare e talvolta distorcere i caratteri salienti di una persona su cui, ad esempio, si stanno facendo delle valutazioni curriculari.

Il candidato si valuta anche sul web

È per ragioni molto pragmatiche che i recruiter scandagliano le reti social per fare scouting e valutare se il candidato è quello adatto. Questa attività richiede meno tempo e minori investimenti economici, velocizzando il processo di selezione.
Proprio per questo motivo, dunque, i profili social dei candidati possono essere determinanti. I commenti possono trasformarsi in contenuti sconvenienti, i like diventare criticità. Secondo una ricerca Work Trends Study, realizzata da Adecco in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano quasi la metà dei recruiter dichiara di aver controllato il profilo social di un candidato per farsi un’idea della sua personalità e di aver escluso un candidato dopo aver controllato la sua presenza social, soprattutto a causa di commenti inappropriati, like (pollice in su) a siti sconvenienti oltre alle informazioni incoerenti rispetto al cv inoltrato per la candidatura.

Maggiore capacità di discernimento

Ancora una volta, i dubbi e le domande sono molteplici, e risposte univoche sembrano non esistere. Certamente l’odio espresso tra esseri umani esiste da quando esiste l’uomo stesso; l’hate speech è sintomo di un problema più profondo e per l’analisi del quale servono azioni trasversali di tipo sociale, culturale ed educativo, anche all’uso di tecnologie digitali in modo consapevole.
Senza “demonizzare lo strumento”, per concludere con le parole contenute nel messaggio del Santo Padre “occorre una maggiore capacità di discernimento” e “un più maturo senso di responsabilità, sia quando si diffondono sia quando si ricevono contenuti”. E, ai potenziali candidati non si può che consigliare di curare con attenzione la propria web reputation, in modo da non sfigurare agli occhi dei recruiter. Non si sa mai quando si potrebbe presentare la propria occasione lavorativa!

Tiziana Ramaci
Tiziana Ramaci
Professore Associato di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l'Università degli Studi di Enna "Kore". I suoi interessi di ricerca si concentrano prevalentemente sulla Psicologia della salute occupazionale e promozione della sicurezza negli ambienti di lavoro. Lavora costantemente sui temi dell’orientamento professionale e delle carriere internazionali. È membro dell’International Commission on Occupatinal Health - ICOH; Commission Internationale de la Slaute au Travail – CIST;

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