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Confindustria Catania, le sfide per le imprese nel post Covid

Quasi mille in più le imprese nel territorio etneo nel 2020, nonostante la pandemia. Ma i problemi strutturali frenano la ripresa. Ne parleremo in diretta oggi alle 15 con Antonello Biriaco, presidente di Confindustria Catania

La pandemia non ha fermato la voglia di fare impresa sotto l’Etna: il 2020 rispetto all’anno precedente ha visto un saldo positivo di 920 imprese in più. Un tasso di crescita che pone Catania tra le prime venti province d’Italia per tasso di crescita, secondo i dati Unioncamere. La cautela, però, è necessaria: nei giorni scorsi Salvatore Gangi, presidente del Comitato regionale piccola industria di Confindustria in Sicilia, intervistato di FocuSicilia, sottolineava come si tratti in molti casi di micro imprese, molto spesso frutto di trasformazioni. E la pandemia ha colpito un tessuto imprenditoriale che si reggeva su un equilibrio instabile messo duramente alla prova da questioni irrisolte che ormai da anni bloccano ogni possibile slancio imprenditoriale. Primi tra tutti, il ritardo storico del ripristino della zona industriale di Catania e delle infrastrutture, collegate anche all’insularità che da sola costa miliardi di euro. Temi che approfondiremo oggi con Antonello Biriaco, presidente di Confindustria Catania e vicepresidente di Assoeventi Confindustria in Italia.

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Reggono alimentare ed edilizia

E proprio da Confindustria Catania arrivano alcuni degli spunti per inquadrare questa fase, difficile e senza eguali, che sta attraversano l’Italia con il Covid-19. Nel territorio etneo ad esempio l’alimentare è stato in grado di  ammortizzare la crisi in atto.  Buone notizie anche per l’edilizia, che grazie all’introduzione del sisma ed ecobonus si attesta su posizioni più stabili, dopo decenni di crollo verticale di lavoratori nel settore. Ma le notizie più rassicuranti provengono dalla tenuta delle multinazionali dell’hi-tech e del farmaco, con la previsione in alcuni casi di investimenti sul nostro territorio.

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Zona industriale etnea e Zes

Un tema fondamentale per gli industriali etnei è quello, atavico e irrisolto, che riguarda la nostra zona industriale. Per Confindustria lo stato attuale, tra difficoltà di collegamenti stradali, idriche e anche per le connessioni dati, è il risultato di anni ed anni di rimpallo delle responsabilità e di impossibilità di individuare un soggetto interlocutore unico per la gestione del comprensorio. Una situazione che, con il riconoscimento al Comune e alla Sidra potrebbe fare un passo in avanti, ma il percorso è ancora piene di incognite. L’altra grande incognita sono le Zes della Sicilia Orientale che si sono arenate sulla nomina del commissario del Comitato di indirizzo, nonostante le rassicurazioni del ministro per il Sud Provenzano ospite proprio di Confindustria a dicembre 2020. Anche in questo caso alcuni passaggi burocratici impediscono di avviare questo progetto vitale per la nostra economia e permettere alle nostre aziende di accedere ai benefici messi in campo dal Governo.

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Uno shock fiscale

La situazione già inaccettabile diventa ancor più grave nella realtà che il nostro sistema imprenditoriale sta vivendo da quasi un anno in seguito alla scoppio della pandemia. “Non possiamo pretendere che le nostre aziende rispettino  puntualmente le scadenze fiscali se non sono messe nelle condizioni di operare a “pieno regime” . Assistiamo ad una sospensione del pagamento delle tasse rinviata di mese in mese”, scrive Confindustria Catania. Che manifesta la necessità, in queste condizioni, di un vero e proprio shock fiscale che duri almeno 1anno che permetta alle nostre imprese di indirizzare tutte le provviste finanziarie verso ripartenza.

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Miliardi bruciati tra burocrazia e insularità

Uno dei virus che colpisce le imprese del nostro territorio come dell’intero Paese sono i percorsi farraginosi e a volte indecifrabili della burocrazia. Un esempio è quello degli oltre 7 miliardi che potrebbero essere immediatamente spesa per infrastrutture e interventi di messa in sicurezza e sostenibilità che in questo momento sono bloccati per ostacoli burocratici e che potrebbero generare un aumento del 6 per cento del Pil regionale. Le nostre imprese pagano ormai da anni una tassa occulta che è rappresentata dal peso dell’insularità calcolata su indici dettati dalla carenza infrastrutturale, della mobilità, dei traporti ecc. Come esposto da uno studio dal titolo “Stima dei costi dell’insularità per la Sicilia” condotto dalla Regione Siciliana, in termini di Pil, l’insularità costa tanto quanto il Covid. I siciliani pagano per la condizione di insularità sei miliardi e mezzo di euro annui, ovvero 1.308 euro pro capite. In poche parole, sottolinea Confindustria “è come se l’economia siciliana negli ultimi venti anni avesse subito anno per anno un peso analogo a quello determinato dalla pandemia”.

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Business, Lavoro, Ambiente, Legalità e Sicurezza. FocuSicilia ha l'obiettivo di raccontare i numeri dell'isola più grande del Mediterraneo. Valorizzare il meglio e denunciare il peggio, la Sicilia dei successi e degli insuccessi. Un quotidiano che crede nello sviluppo sostenibile di una terra dalle grandi potenzialità, senza nasconderne i problemi.

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