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Emersione del lavoro nero, in Sicilia funziona solo a Ragusa

La provincia iblea è la prima in Italia, raccogliendo i tre quarti delle richieste siciliane. Un primato che, per Flai Cgil, si spiega soprattutto con l'agricoltura non stagionale

Il percorso per regolarizzare i rapporti di lavoro è stato avviato dal ministero dell’Interno ad inizio giugno. In due settimane ha raccolto oltre 32 mila richieste in tutta Italia, quasi 24 mila delle quali già lavorate. I dati sono contenuti in un report, nel quale si sottolinea che oltre il 91 per cento delle pratiche istruite si riferisce ai rapporti domestici, con 21 mila e 700 pratiche per regolarizzare colf e badanti, a livello nazionale. Un quadro ben diverso da quello siciliano, dove finora ha avuto maggiore successo la regolarizzazione per i rapporti di lavoro subordinato. Dei 2 mila e 255 casi già avviati alla regolarizzazione in Italia (il 9 per cento del totale), quelli provenienti dalla Sicilia sono 448. Sono tutti lavoratori agricoli, di varia nazionalità – indiana, albanese e marocchina le più rappresentate -, e con una particolarità: quasi tutti lavorano nella provincia di Ragusa.

Distribuzione delle domande di riemersione in agricoltura per Regione e Provincia (fonte: ministero dell’Interno)

Ragusa prima in Italia per l’emersione in agricoltura

Delle 448 domande di emersione dei lavoratori subordinati agricoli già lavorate dal ministero per la Sicilia, ben 317 provengono dalla provincia iblea, prima anche in Italia per numero di richieste. Si tratta dei tre quarti delle domande siciliane, e il dato ha una spiegazione scontata per Flai Cgil: Ragusa, rispetto alle altre province siciliane, “ha esigenza di lavoratori agricoli tutto l’anno. Molti di questi abitano stabilmente in zona, la stagionalità è relativa”. Lo spiega Salvatore Terranova, segretario ibleo del sindacato dei lavoratori dell’agroindustria, che aggiunge: “Al momento, stimiamo siano almeno 29 mila i braccianti della provincia, e ci aspettiamo entro il 15 luglio molte più richieste, come accadde nella moratoria del 2012”. La norma aiuterà a fa riemergere il sommerso nell’immediato, “ma se non c’è una riforma complessiva delle politiche migratorie, non cambierà nulla. La legge Bossi-Fini e decreti sicurezza non si adattano a un paese moderno”, afferma Terranova. Nella provincia le domande sono arrivate soprattutto “da albanesi e marocchini, ma anche da indiani, una comunità molto numerosa”. Sono tutti lavoratori “che accanto a qualche italiano, stanno chiedendo di essere regolarizzati”, e per i quali le aziende pagheranno gli arretrati contributivi per gli anni “in nero”, approfittando della moratoria sulle sanzioni. “Ma le norme – prosegue – spesso confliggono con quelle passate. Un richiedente asilo, ad esempio, non si sa con precisione che percorso debba fare. Serve una riforma dell’immigrazione vera, che non guardi solo all’agricoltura o ai collaboratori domestici, ma all’intero sistema del lavoro”, conclude.

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Russo: “In Sicilia stimati 20 mila irregolari”

I 448 regolarizzati siciliani rappresentano però ancora poco più dell’1 per cento di quelli stimati. “Istat ci dice che c’è il 37 per cento degli irregolari sul totale dei lavoratori in agricoltura: su 122 mila lavoratori, significa almeno 20 mila irregolari in Sicilia”, afferma Tonino Russo, segretario regionale di Flai Cgil. “Le denunce sono poche: è chiaro che ci sono zone della Sicilia dove non emerge niente”. Il pensiero va subito a Caltanissetta, teatro dell’omicidio di Adnan Siddique, ucciso in casa per aver difeso dei connazionali pakistani dai cosiddetti caporali, anche loro provenienti dal subcontinente indiano. “Ci sono più di mille pakistani a Caltanissetta e nessuna regolarizzazione. Stiamo provando a contattare i lavoratori e informarli con volantinaggio in diverse lingue per divulgare il più possibile la regolarizzazione, anche per le aziende”. Ma i risultati, al momento, scarseggiano. “Il caso di Ragusa, dove ci sono le serre e i lavoratori si stabiliscono tutto l’anno, non corrisponde a quanto succede nel resto della Sicilia. I lavoratori vengono prelevati a Caltanissetta e portati magari a Marsala per la raccolta delle fragole. Poi si spostano a Castelvetrano per le olive, e ancora a Canicattì per raccogliere ciliegie e albicocche. Lo stesso vale per le altre aree della Sicilia, da Cassibile alla piana di Catania”. I lavoratori restano in balia dei caporali, a loro volta “in mano alla criminalità organizzata”.

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Le richieste: collocamento pubblico e controlli incrociati

La discontinuità nel rapporto di lavoro non consente alle aziende di farsi carico della regolarizzazione. Una situazione che per Russo ha una sola soluzione: il collocamento pubblico, come previsto dalla legge 199 del 2016 contenente disposizioni per il contrasto ai fenomeni del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura. “Abbiamo richiesto alla Regione siciliana di istituire un tavolo per trovare un modo. Del resto lo ha fatto la regione Lazio, che ha istituito una lista di lavoratori dove le aziende attingono senza passare dai caporali. La regione Puglia ha fatto anche una app, simile a quelle utilizzate dai rider”, spiega Russo. Accanto a questo, “riteniamo che gli organi preposti ai controlli debbano collaborare per scambiarsi e incrociare i dati. Inps, ispettorato del lavoro, Agea, possono verificare gli indici di congruità in base alla coltivazione e al fatturato. Ci sono troppe aziende che producono cento, ma sul fronte dei lavoratori regolarmente assunti dichiarano zero”, conclude il segretario regionale di Flai Cgil.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Catanese, mai lasciata la vista dell'Etna dal 1984. Dal 2006 scrivo della cronaca cittadina. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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