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Ex province, il voto diretto è soltanto un’ipotesi. “Ecco cos’ha detto la Corte”

Il professor Agatino Cariola, autore del ricorso contro la legge Delrio, spiega cosa cambia dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha "smontato" la riforma degli enti locali del 2014. "Sanato un vulnus democratico, ma potrebbe rimanere l'elezione di secondo livello"

Il ritorno all’elezione diretta per le ex province non è scontato. La sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima la legge 56/2014 – meglio nota come legge Delrio, con la quale sette anni fa vennero riformati gli enti locali – non dice affatto che la parola deve tornare ai cittadini. “La Suprema corte ha stabilito che bisogna ripristinare l’eguaglianza e la rappresentanza politica, ma spetta al Legislatore stabilire in che modo”, spiega a FocuSicilia Agatino Cariola, avvocato e professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Catania, autore del ricorso che ha portato alla sentenza della Corte. “Dopo i tentativi infruttuosi degli anni passati, abbiamo trovato il ‘baco’ che ha permesso di dichiarare illegittima la legge, cambiando così la giurisprudenza in materia di enti locali”. Il giurista utilizza una metafora letteraria per spiegarsi. “La legge Delrio, come nel romanzo La fattoria degli animali di George Orwell, creava dei cittadini più uguali degli altri. D’ora in poi non sarà più così”.

Come funziona la legge Delrio

A dispetto di un iter giudiziario molto complesso, la questione appare relativamente semplice. La legge Delrio ha modificato la struttura organizzativa delle province. A differenza di quanto si pensa comunemente, questi enti non sono stati davvero aboliti. “Il consiglio e il presidente della provincia sono rimasti, solo che vengono eletti dai consiglieri comunali e dai sindaci”, spiega Cariola. Altro discorso è quello delle città metropolitane come Milano, Torino e Napoli, e nell’isola Palermo, Catania e Messina. “In questo caso la legge prevede che il sindaco del comune capoluogo divenga anche sindaco della città metropolitana, equivalente del vecchio presidente della provincia”. È proprio qui che il professore Cariola ha individuato la “contraddizione profonda” della legge. “Il cittadino di Catania vota il sindaco e se lo ritrova anche alla guida dell’altro ente. Il cittadino di Caltagirone, Adrano, Gravina, o di qualunque comune dell’area metropolitana, vota il proprio sindaco e basta”. In questo modo, sostiene il giurista, “il suo voto vale di meno”.

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Dalla condanna alla vittoria

La contraddizione, come detto, vale per tutte le città metropolitane. “A Catania si nota ancora di più, perché ci sono Comuni contigui al capoluogo, senza soluzione di continuità. Così, per cento metri di distanza, un voto può valere il doppio o la metà”. La causa è stata portata avanti da Cariola insieme all’ex sindaco di Acicastello, Filippo Drago, e non è stata subito in discesa. “A gennaio 2020 il Tribunale di Catania ci ha condannati in primo grado al pagamento delle spese legali”. Una sentenza “pesante”, in quanto incide sulla possibilità “di far valere i propri diritti fondamentali, non per interessi personali ma per la collettività”. Il processo si ribalta a maggio 2020 in Appello. “Il giudice ha sollevato la questione di legittimità alla Corte costituzionale, che ha fissato l’udienza lo scorso nove novembre”. Nel corso del suo intervento, Cariola ha richiamato la disciplina del disseto degli enti locali. “A questo proposito, proprio la Consulta ha insistito sul fatto che debba esserci un nesso di responsabilità politica tra chi governa e chi è governato. Perché lo stesso principio non dovrebbe valere per le ex province?”

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Decide (di nuovo) la politica

Un’argomentazione evidentemente convincente, visto che nella pronuncia del sette dicembre scorso la Corte ha messo nero su bianco che la legge Delrio “è in contrasto con il principio di uguaglianza del voto”, e per di più “pregiudica la responsabilità politica del vertice dell’ente nei confronti degli elettori”. La Consulta chiede dunque al Legislatore di elaborare “norme che assicurino ai cittadini la possibilità di eleggere, in via diretta o indiretta, i sindaci delle Città metropolitane”. La palla, dunque, passa alla politica, che sulla vicenda mostra non pochi contrasti, soprattutto in Sicilia. Dopo anni di rinvii, le elezioni di secondo livello per il rinnovo dei consigli provinciali erano state convocate per gennaio 2022. Già prima della pronuncia, però, all’Assemblea regionale siciliana era stato presentato un disegno di legge per il rinvio. La decisione della Corte ha stimolato ulteriormente i sostenitori dell’elezione diretta. Come il sindaco di Catania Salvo Pogliese, che ha contestato “l’irragionevolezza della legge Delrio” chiedendo “di restituire la parola ai cittadini”.

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Evitare trappole legislative

Per Cariola il voto diretto “sarebbe l’opzione più conveniente”, ma non è detto che le cose vadano così. L’elezione di secondo livello, infatti, potrebbe ancora essere applicata se rispettasse i vincoli posti dalla Corte. “È ciò che avviene con i liberi Consorzi, dove consiglieri comunali e sindaci eleggono il consiglio provinciale e il presidente, che non è automaticamente il sindaco del capoluogo”. Sulla materia, precisa inoltre il docente, la Regione siciliana può intervenire in virtù della sua autonomia legislativa. “Non è vero che tutto è nelle mani di Roma. Anche a Palermo possono sbizzarrirsi, purché si mantenga il rapporto tra chi è eletto e chi è governato”. Una richiesta, quella della Corte costituzionale, che impone di evitare alcune “trappole” legislative. “In passato era stata elaborata una soluzione per cui i voti dei consiglieri comunali venivano fatti valere in proporzione al peso dei Comuni, con una logica condominiale. Più abitanti, più millesimi. Se uscisse fuori una proposta del genere, sarei pronto a impugnarla nuovamente”, assicura il giurista.

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“Un vulnus per la democrazia”

Per Cariola, la riforma Delrio creava un vulnus anche sotto un altro aspetto. “Noi parliamo tanto di democrazia, ma non ci rendiamo conto che le province sono commissariate dal 2012”, spiega il professore. In Sicilia, infatti, la battaglia sugli enti locali ha attraversato più legislature e più governi: alla fine la soluzione è stata quella di rinominare le ex province “liberi Consorzi dei comuni”. Di fatto, sia i consigli delle Città metropolitane che i Consorzi sono commissariati da anni. “La democrazia nelle province è stata abbattuta”, conclude il docente. “È vero, una parte di ceto politico, in questi anni, ha potuto fregiarsi del titolo di sindaco metropolitano. I problemi di democrazia e disfunzionalità delle istituzioni, però, non sono stati risolti”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci, giornalista e autore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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