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GoSicily, la cucina di Annalisa Pompeo è un successo da Favara all’America

Parte da Farm, il parco culturale creato come "museo delle persone" nella cittadina dell'agrigentino. Sette anni dopo la sua "sicilian cooking experience" ha varcato l'oceano. Anche grazie alle "box"

Trentasette anni, mamma di Chiara e Marco, laureata in Economia e Commercio, master in gestione delle risorse umane, consulente del lavoro ed esperta di formazione professionale, Annalisa Pompeo è chef e fondatrice di GoSicily, start up specializzata in corsi di cucina siciliana, tour enogastronomici e food export. La “vulcanica” Annalisa ha lavorato pure come giornalista in una emittente televisiva locale ed è appassionata di scrittura, soprattutto racconti in lingua siciliana. 

– Cominciamo da Favara, un esempio di rigenerazione urbana che attirato interesse da tutto il mondo. Quale il segreto di questo successo?
Quando iniziai, sette anni fa, le prime persone che ho consultato sono state proprio Andrea Bartoli e Florinda Saieva, fondatori di Farm Cultural Park. A quei tempi, parlare di corsi di cucina per turisti a Favara e di come avrei voluto incontrare il mondo promuovendo il mio territorio era ancora una follia, quindi mi serviva confrontarmi con qualcuno folle almeno quanto me. Dopo aver sentito il mio progetto, Andrea e Florinda mi aprirono le porte di casa Farm incoraggiandomi ad andare avanti. Così, da lì tutto ebbe inizio. Chi varca il cortile principale di Farm Cultural Park viene avvolto da un fascio di luce che ti abbaglia. 

– Ritiene esportabile il modello Favara?
Mi piace ripetere in giro per il mondo le parole di Andrea e Florinda: Farm è un museo delle persone. Bisogna capirne il concetto, perché se arrivi a Farm con l’aspettativa di trovare il MOMA di New York, allora sei fuori strada. Farm è una galleria d’arte, anche e soprattutto umana, dove sono le persone a fare la differenza. Allora sì, Favara è un esempio esportabile.

– Ci racconti un po’ com’è nata l’idea di GoSicily e della “cucina della nonna”? 
Ho sempre creduto nella bellezza e nel potenziale della nostra “Sicilia Beddra”, per troppo tempo purtroppo discriminata e citata dalle testate nazionali per fatti di cui non giova vantarsi. Essendo una mamma, e vivendo in Sicilia, ad Agrigento a quell’epoca, mi rendevo conto che un giorno i miei figli sarebbero stati costretti, come tanti altri, ad andare via. Così ho provato una sensazione poco piacevole, non tanto per l’idea di “lasciarli andare”, ma perché a quel punto non avrei neanche provato a farli restare, a piantare in loro un semino, a trasmettere loro un valore, forse un sentimento, forse un modo di essere: il coraggio e la voglia di cambiare le cose, battersi per inseguire un sogno, mettercela tutta.

– Questa è la motivazione. E la business idea?
Mentre ero seduta alla scrivania, facendo un lavoro di routine, ho pensato che alla fine avrei potuto dare io per prima l’esempio. Più ci pensavo, più cercavo di chiamare a rapporto le mie passioni e anche i miei limiti. Allora si sono fatti vivi e forti i miei ricordi d’infanzia, con mia nonna Mela che durante i fine settimana mi insegnava a preparare i dolci, e mia nonna Anna, da cui ho preso il coraggio di osare, di non abbattersi di fronte agli ostacoli. Ho desiderato essere cittadina del mondo, parlare una lingua unica, in modo da farmi capire e promuovere la mia Sicilia nel mondo e farlo attraverso il metodo che da secoli unisce i popoli: il cibo. Ecco che nasce GoSicily. 

– Sembra il solito clichè ed invece?
La dieta mediterranea, di cui la cucina siciliana può vantarsi, ci offre una scelta variegata, possiamo spaziare e creare piatti usando ingredienti di stagione e a Km zero, supportando in questo modo i piccoli produttori invece che le catene della Grande Distribuzione. Il mio motto è: “comprate più dalle bancarelle dei contadini che dagli scaffali del supermercato”. La scelta quindi della cucina della nonna è dovuta non solo ad un fattore emozionale e di “piatto della memoria”, ma anche perché i nostri nonni mangiavano i prodotti del territorio, seguendo la formula oggi cool “From farm to table”. 

– In quest’avventura imprenditoriale c’è qualcuno che la collabora?
Al momento, ho uno staff che mi collabora nella gestione della mia immagine e del mio sito Internet. I social media riesco ancora a gestirli, in qualche modo

– Lei è andata anche in America per far conoscere la sua idea. Che risposta ha avuto dagli statunitensi?
E’ da quattro anni ormai che porto i miei corsi di cucina in America durante l’inverno. Ricordo che all’inizio investii un bel po’ di soldini per promuovere la mia attività e la Sicilia ad una delle fiere più importanti sul turismo, la New York Time Travel Show, condividendo lo stand con una mia collega/amica americana. Risultato finale? Tanti dollari volati via e quasi nessun cliente che voleva visitare la Sicilia. Così, dall’anno successivo pensai di organizzare delle promozioni a casa degli Americani, desiderosi di autenticità. Sin da subito, un successone! Avevo trovato la formula perfetta per promuovere tutti: la mia attività, i tour operator americani ma anche quelli siciliani che a loro volta avrebbero poi prenotato alberghi, guide, escursioni, mezzi di trasporto, dal momento che molti partecipanti ai miei corsi di cucina erano in fibrillazione per un viaggio in Sicilia.

– Le smart cooking box le hanno apprezzate?
Le smart boxes sono nate al culmine della mia disperazione. Sin dall’inizio della pandemia ho digitalizzato i miei corsi di cucina, garantendo per tutto il lockdown una diretta Facebook ogni domenica alle 5 ora italiana, durante la quale offrivo, gratuitamente, lezioni di cucina con tanto di lista di ingredienti e ricette, inviate giorni prima ai follower. Sentivo però che non bastava, che gli ingredienti che compravano non erano quelli giusti per non parlare della mia voglia di “evadere” dalla mia tanto amata cucina. E così credo che con le cooking boxes si sia chiuso un cerchio. Ho aperto una società di export, creato i menu, registrato le video lezioni, scritto un ricettario, selezionato i prodotti del territorio e spedito tutto al mio importatore che mi fa anche da ufficio logistica in Texas. 

– Complimenti. I risultati di questa intensa attività?
Più di 100 boxes vendute ancor prima del loro arrivo! I miei clienti felici mi inviavano video e foto mentre aprivano la scatola, pronunciando il nome della “truscia” (la tovaglietta da cucina con cui ho avvolto i prodotti), con quell’accento americano che mi fa sciogliere il cuore.  Sono stati i momenti più felici dell’ultimo anno. 

– E invece quando gli stranieri vengono a Favara, come vivono l’esperienza di GoSicily? 
Quando i miei ospiti arrivano a Favara, c’è sempre un piccolo check da fare. Li incontro, ci parlo, chiedo loro se conoscono la ragione per cui sono arrivati a Favara, invece che a Palermo, a Catania a Taormina e racconto cosa stiamo vivendo a Favara da circa 10 anni, grazie alla Farm. Poi inizia la nostra giornata, che può essere per le vie di Favara, nella mia cucina o presso frantoi, mulini, cantine, allevamenti. Mi piace pensare che alla fine dell’esperienza, i miei ospiti possano avere la consapevolezza di quello che hanno preparato con le proprie mani e degustato. Un altro mio motto è “il miglior souvenir che porterai a casa dal tuo viaggio in Sicilia, è l’esperienza! Vivila con me e condividila con i tuoi cari.”.

– Lei crede che il cosiddetto “made in Sicily” sia esportabile in qualcos’altro oltre al food, all’artigianato e ai prodotti del tessile/abbigliamento?
Credo fermamente, che oltre al food, l’artigianato, e ai prodotti di abbigliamento in genere, il made in Sicily, debba essere esportato sotto forma di capitale umano. I siciliani abbiamo diverse caratteristiche uniche: dalla gestualità che ci fa “parlare” anche senza aprir bocca, alla capacità di adattarci ad ogni situazione. Abbiamo di sicuro una marcia in più! 

– Da donna, come fa a conciliare l’attività di impresa con la gestione della famiglia?
Temo sempre questa domanda, non perché non sia capace a dare una risposta, ma perché mi chiedo se Lei l’avrebbe fatta ad un uomo. 

– Ma la mia è una curiosità giornalistica, essendo lei impegnata in mille attività.
Sono una madre di due bambini che hanno un padre, presente. Anche i miei genitori giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita. Senza di loro, sarebbe stato tutto molto più complicato. La parola segreta è: organizzazione. Sono una mamma forse “diversa” dallo standard, ma loro hanno imparato ad accettare dinamiche un po’ più particolari e hanno capito che la qualità del tempo trascorso insieme è più importante della quantità.  

– Ha vinto il Premio “Impresa è Donna” di Confcommercio Catania, in particolare per la resilienza. Cos’è per Lei la resilienza? 
Sono onorata di avere vinto il prestigioso premio Impresa è Donna e a distanza di qualche giorno, sento ancora l’adrenalina in circolo. Per me la resilienza è un modo di vivere. E’ ballare sotto la pioggia godendo del suono dell’acqua sbattere al suolo, invece che lamentarsi perché ci si sta bagnando. Resilienza è credere in un progetto e portarlo avanti, costi quel che costi anche se ho anche imparato a cambiare idea se lo ritengo opportuno. Nel mio caso specifico, credo che quello trascorso e questo ancora in corso, siano anni che mi hanno portato ad affrontare numerosissime sfide, che nessuno poteva preventivare. Però è forse grazie a queste difficoltà che ho potuto tirare fuori il meglio di me: come mamma, come donna e come imprenditrice. 

Rosario Faraci
Rosario Faraci è Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania e tiene gli insegnamenti di Principi di Management, Marketing, Innovation and Business Models. È delegato del Rettore aIl’Incubatore di Ateneo, Start-up e Spin-off, presidente del comitato scientifico di Start Cup Catania e consigliere nazionale dell’associazione PNI Cube. E’ stato Visiting Professor di Strategic Management alla University of Florida. È giornalista pubblicista dal 1987.

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