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Il geologo Tozzi “demolisce” il ponte sullo Stretto: “Delirio di onnipotenza”

Vantaggi limitati per gli utenti, problemi enormi a livello ambientale. Senza contare il rischio sismico, in quella che è considerata la zona più pericolosa del Mediterraneo. L'esperto boccia il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. E precisa: "È ecologia, non ideologia"

Il ponte sullo stretto di Messina sarebbe “un delirio di onnipotenza onanistico”. Un’opera nociva a livello ambientale, perché costruita “in un luogo di transito per l’avifauna e per i mammiferi marini, una delle più alte concentrazioni di biodiversità al mondo”, e pericolosa per gli utenti, sorgendo “nella zona a maggior rischio sismico del Mediterraneo”. A “demolire” il collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria, in una serie di commenti pubblicati sui social, è Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e saggista. Oltre a illustrare le ragioni tecniche della “bocciatura”, l’esperto solleva il dubbio che l’opera rilanciata dal governo Meloni “sia incostituzionale”, perché in contrasto con la nuova formulazione dell’articolo 9 della Carta, secondo cui “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” ma anche “l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. Per Tozzi l’articolo non sarebbe rispettato. “Sono tutelati gli ecosistemi locali? È tutelata la biodiversità? E il paesaggio? E chi ci dice che sia nell’interesse delle future generazioni?”, si domanda il geologo.

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Vantaggi sopravvalutati

Il dibattito sul Ponte, secondo l’esperto, sarebbe drogato da molte imprecisioni. A partire dal fatto che l’opera “serva” a coloro che viaggiano quotidianamente da un capo all’altro dello Stretto per ragioni di lavoro. “Dei circa cinquemila pendolari, oggi l’80 per cento non prende l’auto e ci mette 25 minuti. Domani ci metterebbe un’ora per prendere l’auto, uscire da Reggio Calabria o Messina, pagare pedaggio, attraversare, rientrare in Messina o Reggio Calabria, parcheggiare”. Impreciso anche affermare che il Ponte serva alle merci. “Una cassetta d’arance da Palermo a Genova conviene spedirla con la nave, considerando che un cavallo vapore marino sposta 4.000 chilogrammi di merce e uno su gomma 150”, calcola il geologo. Poco convinto anche dell’utilità dell’opera in chiave turistica. “Solo un insano di mente può andare in auto da Francoforte a Catania. E se vuole può imbarcare l’auto a Genova o a Napoli, si riposa e inquina meno”. Inoltre, “se qualcuno viene in Sicilia per il Ponte e non per Piazza Armerina, Palermo, Catania, Etna, Alcantara, Nebrodi, Segesta, Selinunte, Taormina, Eolie, Egadi, va ricoverato d’urgenza in Tso”.

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Paragoni che non reggono

Anche l’osservazione che “altrove i ponti li fanno”, secondo Tozzi, non sarebbe valida. “Non risulta sia in costruzione un ponte sullo stretto di Gibilterra per unire Africa e Europa e nemmeno uno sulle Bocche di Bonifacio”. La similitudine con altre opere all’estero – per esempio il “Golden Gate” di San Francisco, a lungo il ponte sospeso più lungo al mondo – sarebbe fuori contesto. “Cosa abbia a che vedere lo sconfinato spazio nordamericano con quello dello Stretto non si comprende. Peraltro il Golden Gate perde qualche milione di dollari all’anno, nonostante il pedaggio. Quando è stato costruito, poi, il risanamento antisismico della baia di Oakland era già avanzato e il resto delle infrastrutture sostanzialmente in ordine”. Stesso discorso per alcune strutture realizzate in Oriente, in zona sismica. “Costruito dopo 30 anni dal progetto, il ponte di Akashi fu risistemato dopo il terremoto del 1995, che non era stato previsto di quella magnitudo”. In quell’occasione, ricorda il geologo, “il pilone meridionale si spostò di 120 centimetri. La ferrovia, inizialmente prevista, non fu mai realizzata. Non proprio un ottimo paragone”.

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“Ecologia, non ideologia”

Per Tozzi, il “no” all’opera non è di natura ideologica. “L’ideologia non c’entra, c’entra l’ecologia. Chi si oppone al Ponte lo fa perché ci tiene che la situazione paesaggistica, ambientale e culturale dello Stretto non sia sfregiata per sempre”, scrive l’esperto, sottolineando come gli ecosistemi “contribuiscono in maniera fondamentale al benessere dei sapiens”. Anche chiamare in causa l’appartenenza politica, prosegue, sarebbe sbagliato. “I partiti non c’entrano: la mia prima opposizione al Ponte è del 1996, quando governava Prodi e quel governo voleva il Ponte”. Da respingere, infine, l’idea che chi si oppone alla costruzione del Ponte si opponga anche alla crescita. “Non credo il progresso si misuri in cemento e asfalto, non è più tempo che le infrastrutture guidino lo sviluppo, lo devono assecondare, semmai”, scrive il geologo. Richiamando l’esperienza del Nordest italiano per supportare la sua posizione. “È un grande motore economico, pure se non è così infrastrutturato. Invece la zona di Corigliano Calabro, pur avendo goduto di un nuovo grande porto, non si è sviluppata così tanto: l’infrastruttura non ha portato alcuna differenza”, conclude l’esperto.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci, giornalista e autore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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