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L’economia sospesa

Il Paese si ferma. Che succederà dopo? Prepariamoci tutti: sarà uno shock economico senza precedenti. Soprattutto al Sud

A Porto Empedocle, nel giorno in cui l’Italia intera si mette in quarantena, si celebra un funerale. Quasi cinquanta persone sfilano per le strade dietro alla cassa del morto (pace all’anima sua). Tant’è. L’elaborazione del lutto è importante, ci mancherebbe. In questo caso, però, il lutto riguarda il nostro stile di vita. Sospeso fino a nuovo ordine. È quello che porta a riunirci (parenti di prima, seconda, terza e a volte quarta generazione) per il classico pranzo domenicale, che ci vede appiccicati l’un l’altro nella stanza di un defunto (per dire) o nel convivio nuziale. Quello di chi non perde mai una Santa messa o un appuntamento in piazzetta con la comitiva, quello degli spritz, delle gite fuori porta e dei centri commerciali. Il governo ci chiede di restare a casa. O meglio ce lo ordina. Giusto. Arrestare l’epidemia è fondamentale. E tuttavia, che succederà dopo? In attesa di capire quali saranno le misure adottate dal ministero dell’Economia, basta farsi un giro (a un metro di distanza dalle persone) per percepire la forte preoccupazione di lavoratori, datori di lavoro e associazioni di categoria.

Prepariamoci tutti: sarà uno shock economico senza precedenti. Crollo dei consumi, del Pil, della bilancia commerciale, del turismo, aumento del debito e della disoccupazione, depressione. Chissà, visto la rabbia incendiaria scoppiata nelle carceri, potrebbero esserci perfino disordini sociali. Le borse mondiali hanno registrato un crollo tra il 6 e l’8 per cento, il più grave dai tempi della crisi di Lehman Brothers. Wall Street ha fermato le quotazioni per circa 15 minuti per frenare la caduta a picco dei valori, come nei peggiori tempi della Grande Recessione. Secondo gli esperti, il timore generale è che l’economia globale non si muoverà più a “V” come si pensava fino a pochi giorni fa (forte calo e forte ripresa una volta terminata l’emergenza virus), ma a “L” (forte calo e nessuna ripresa dopo). Ci importa? Ci importa, eccome. Commercianti, liberi professionisti, commesse, camerieri da oggi avranno il problema di come arrivare a fine mese. Per chi fattura a partita Iva va ancora peggio: pratiche da far girare, cantieri da seguire, clienti da incontrare, parcelle da riscuotere, spese da affrontare. Tutto paralizzato.

Se l’Italia si ferma, la Sicilia rischia di fare due passi indietro. Quante sono davvero le aziende in grado di attivare tutti i protocolli necessari per fare smart working? Qualcuno, tra la grande distribuzione e il commercio al dettaglio, ha già in vigore un servizio di consegna a domicilio, per i più vulnerabili? Quanti (diciamolo pure) con le scuole e le università chiuse, hanno la possibilità di rimanere al passo con l’e-learning? E c’è qualcuno che conosce la solidarietà digitale, messa in campo dal ministero per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione e Agid? Le famiglie siciliane con una connessione a banda larga (senza “ultra”, quindi più lente) sono appena il 74 per cento. Solo Calabria e Molise fanno peggio. E che dire della Pubblica amministrazione? Gli enti restano in fondo alle classifiche delle amministrazioni “smart”: tra siti fatti male, PagoPa poco usato e Spid disponibile solo in 170 comuni su 390.

Con le nuove chiusure imposte a livello nazionale, i 7,5 miliardi di euro annunciati per la “manovra anti-coronavirus” non sembrano più così tanti. Saranno interventi “vigorosi ma commisurati alle esigenze e limitati nel tempo” per “prevenire danni permanenti al tessuto produttivo dell’economia italiana e all’occupazione”, dicono al Tesoro. Speriamo anche che sappiano guardare con occhio accorto alle esigenze di tutto il territorio. Sic et simpliciter: la Sicilia non è la Lombardia. Se andiamo a fondo qui non c’è nessun Farinetti che domani inventerà un “EatSicily”.

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Silvia Ragusa
Silvia Ragusa
Una siciliana in perenne emigrazione: Ragusa, Milano, Madrid. Collaboro con diverse realtà editoriali. Ho scritto di Ue e di Spagna per il Fatto quotidiano, Linkiesta, Il Venerdì di Repubblica, Il Foglio. E mi occupo di economia e finanza per un editore iberico. Poi il rientro a sud in cerca di basilico, amaro e Sellerio.

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