fbpx

L’uva da tavola siciliana viene lasciata a marcire. “Raccoglierla costa troppo”

Oltre 20 mila ettari coltivati, decine di migliaia di lavoratori e un giro d'affari da 800 milioni di euro. L'uva da tavola è un prodotto pregiato ma la crisi ha reso antieconomica la raccolta. I produttori chiedono aiuto al Governo, ma il tempo per salvare la produzione è poco

Richiesta in calo, costi di produzione in aumento, difficoltà a reperire la manodopera. È una tempesta perfetta quella che si sta abbattendo sull’uva da tavola siciliana, in particolare sulla famosa “Italia”, varietà a cui l’Unione europea ha concesso il marchio di Indicazione geografica protetta. Quest’anno il pregiato frutto rischia di non essere raccolto e marcire sulle viti. Un vero paradosso visti i numeri del settore. “Il comparto dell’uva da tavola in Sicilia vale circa 800 milioni di euro. Parliamo di 20 mila ettari coltivati tra le province di Agrigento, Caltanissetta e Catania, con circa 14 mila lavoratori coinvolti”, spiega a FocuSicilia l’agronomo Gioachino Lauria. L’uva di quest’anno “è di ottima qualità”, ma non viene raccolta perché “il prezzo di vendita è inferiore a quello di produzione”. I coltivatori hanno chiesto un intervento al Governo, “perché ci aiuti a resistere, anche sfruttando le risorse europee”. I tempi per cercare di salvare la stagione però sono brevi. “Di settimana in settimana centinaia di quintali appassiscono sulle piante. Bisogna far presto”.

Leggi anche – Agricoltura: sfuggita al Covid, ora è nella morsa dei costi pazzi

I prezzi di vendita al produttore

Alla base della crisi del comparto ci sono i rincari di energia, carburanti e materiali. I numeri variano a seconda delle dimensioni e dell’organizzazione delle aziende, ma una stima di massima è possibile. “Prima della guerra in Ucraina coltivare un ettaro di uva da tavola costava tra otto e diecimila euro l’anno. Oggi siamo a circa 15 mila euro l’anno”, spiega Lauria. A fronte di ciò, il prezzo di vendita al produttore si è abbassato perché il prodotto non ha una richiesta sufficiente. “L’uva si vende tra 25 e 30 centesimi al chilo, mentre produrla costa tra 50 e 60 centesimi”, aggiunge l’agronomo. La crisi economica contribuisce al crollo della richiesta. “In un momento di difficoltà la gente pensa a comprare l’essenziale, pane, pasta e latte, e magari si priva di un prodotto stagionale come il nostro”. A incidere negativamente, precisa Lauria, sono alcuni paradossi nella grande distribuzione. “Sugli scaffali dei supermercati questo prodotto si trova anche a cinque euro al chilo. Prezzi ingiustificati che aggravano ulteriormente la crisi del comparto”.

Leggi anche – Agricoltura: costi alti, merci deprezzate. In Sicilia a rischio 30mila imprese

Le richieste a Governo e Unione europea

A queste condizioni, per la maggior parte dei produttori proseguire con la coltivazione risulta antieconomico. Anche a causa della difficoltà di trovare lavoratori per la stagione del raccolto, che cade proprio tra ottobre e novembre. “La manodopera è sempre meno e sempre più costosa. Da questo punto di vista, secondo noi, il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto negativo sul mercato”, dice Lauria, che è anche coltivatore diretto con una sua azienda a Canicattì, in provincia di Agrigento. Se i costi per le imprese si moltiplicano, ottenere credito per resistere alla congiuntura economica non è semplice. “Le banche fanno il loro lavoro, e chiedono delle garanzie che spesso non abbiamo. Per questo con gli altri produttori e molti sindaci dei territori coltivati abbiamo chiesto di attivare alcune linee di finanziamento previste dall’Unione europea”. In attesa di un intervento comunitario, “lo Stato potrebbe intervenire attraverso fondi Ismea [Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, ndr] per aiutarci a tenere aperte le nostre aziende”.

Leggi anche –  Sempre meno, più grandi e vecchie: identikit delle aziende agricole in Sicilia

La strada del succo di frutta

Se tali aiuti non dovessero arrivare, per salvare il prodotto non rimane molto altro da fare. Le caratteristiche dell’uva da tavola impediscono di utilizzarla per la produzione di vino, ma una “exit strategy” è rappresentata dal mercato dei succhi di frutta. In questo caso il prodotto viene pagato circa cinque centesimi al chilo. “Sicuramente si evita di buttarlo via, ma è chiaro che nemmeno così si riescono a coprire le spese”, spiega l’agronomo. Su cinque milioni di quintali prodotti, aggiunge, “circa due sono già stati destinati ai succhi di frutta, e la quantità aumenta di giorno in giorno”. Portare l’uva al cosiddetto “macero”, perché possa essere trasformata in succo, non è semplice sul piano organizzativo. “I magazzini della Sicilia e della Puglia, l’altra principale regione di produzione di uva da tavola, sono già pieni”. Anche questa opzione, conclude Lauria, presenta delle criticità. “Il risultato è che un prodotto di eccellenza va buttato, e che il lavoro di anni di tanti produttori rischia di andare in fumo, con gravi conseguenze per migliaia di lavoratori e per l’intera filiera”.

- Pubblicità -
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

DELLO STESSO AUTORE

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Iscriviti alla newsletter

Social

20,945FansMi piace
511FollowerSegui
337FollowerSegui
- Pubblicità -

Ultimi Articoli