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Reti d’impresa: un modello contro la crisi, anche da Covid-19

I network aziendali sono "strumenti efficaci per affrontare crisi, innovazione e cambiamento". I dati dell’Osservatorio di Infocamere

Andare incontro al futuro, insieme. È lo scopo delle reti di impresa che, a partire dal 2009, permette alle aziende di raggrupparsi e collaborare. I numeri sono in crescita. Le reti registrate in Italia a fine 2020 sono state 6.657, e coinvolgono oltre 38 mila imprese. Un incremento del 13 per cento rispetto al 2019, con oltre 750 reti in più e una media di 60 contratti al mese. Lo si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale di Infocamere, Retimpresa e Università Cà Foscari di Venezia. Le reti sono un’opportunità unica “in termini di fatturato, occupazione, produttività e redditività”. Ma anche uno strumento per affrontare la crisi, e “rispondere alle sfide dell’innovazione e del cambiamento”. Anche i governi si sono resi conto dell’utilità di questo strumento, soprattutto “in funzione anticrisi”. Per questo è stato introdotto il contratto di rete di solidarietà.

Fase di assestamento

Secondo l’Osservatorio, la crescita delle reti risente delle scelte politiche nazionali e regionali. A periodi di crescita impetuosa seguono altri “di assestamento”, come quello attuale. Le reti d’impresa sono diffuse in tutte le province. A metà del 2020 raggruppavano oltre 36 mila realtà. Un bacino da oltre un milione di addetti. I lavoratori sono assorbiti in gran parte da imprese medio-grandi, ma le aziende “in rete” sono prevalentemente di piccole dimensioni. Per quanto riguarda la forma giuridica, il 48 per cento sono società di capitali, di cui il 38 circa Srl, il 28 per cento imprese individuali, il 15 società di persone. Nove su cento, infine, sono cooperative.

Il dettaglio territoriale

I contratti di rete, di solito, sono piccoli, raggruppano “meno di dieci imprese”. Quasi la metà è formato da due o tre aziende. Il modello preferito dagli imprenditori è quello della rete-contratto (86 per cento, 5.265 aziende in valori assoluti), seguito dalla rete-soggetto (14 per cento, 889 in valori assoluti). La distribuzione geografica non è uniforme. Il 42 per cento delle reti si trova al Nord, il 22 al Sud e il 20 al Centro. Oltre la metà unisce imprese della stessa provincia, ma esistono anche reti che riguardano imprese di due o tre province diverse. Il 17 per cento aggrega aziende di differenti regioni. Un dato che dimostra la capacità dello strumento “di collegare e integrare filiere, sistemi produttivi e competenze differenti”.

I settori più collaborativi

Non è detto che le imprese debbano appartenere allo stesso settore, anzi. Nella maggioranza dei casi si occupano di cose diverse. Avviene soprattutto “nel settore agricolo e agroalimentare”, molto meno “nel terziario avanzato e nel manifatturiero”. In particolare l’agroalimentare mostra di apprezzare lo strumento, con il 22 per cento di imprese aggregate. Troviamo poi il commercio (15 per cento), le costruzioni (11 per cento), i servizi turistici (10 per cento), la meccanica e i servizi professionali (entrambe al sei per cento). I trasporti, la logistica e i servizi operativi raggiungono il quattro per cento. Per quanto riguarda il settore delle costruzioni, le reti d’impresa sono un fenomeno giovane, ma promettente. In pochi anni si sono diffuse sull’intero territorio nazionale, con quasi quattro mila aziende raggruppate. Si trovano specialmente al Nord. Ad avvalersi dello strumento è anche il mondo della finanza. A utilizzarlo molto sono i Confidi, consorzi di garanzia collettiva dei fidi. Si tratta del principale operatore finanziario a scegliere il contratto di rete, oltre il 50 per cento del totale.

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Luci e ombre

Collaborare paga, dunque. Il rapporto dell’Osservatorio sottolinea “la correlazione positiva tra l’appartenenza a una rete e l’aumento di redditività”. Secondo un’indagine compiuta su un campione di oltre 1.600 imprese, mettersi in rete ha migliorato il fatturato, il valore della produzione, il ritorno sugli investimenti e il numero degli addetti. Questo grazie a “un approccio dinamico e flessibile”, un percorso di continuo adattamento “per il raggiungimento degli obiettivi”. Niente tuttavia va dato per scontato. Per migliorare non serve solo “appropriarsi dei benefici derivanti dall’attività di rete”. Bisogna anche capire come organizzarla e gestirla. Sono “l’esperienza, gli aspetti organizzativi e manageriali” che consentono alle imprese “di ottenere benefici”. Esiste anche un rovescio della medaglia. L’esperienza di rete, se protratta oltre una certa soglia temporale, “rischia di trasformarsi in rigidità”. Per questo le migliori prestazioni appartengono alle imprese che cercano obiettivi “di innovazione congiunta”.

Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e saggista. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", (Circolo Poudhron Editore), con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni.

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