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Rischio sismico, l’idea di Unict. “Agire dall’esterno e risparmiando la metà”

Adeguamento energetico e antisismico anche per le aree più svantaggiate. Da fare coinvolgendo gli abitanti nella "co-produzione". Questo è e-SAFE, progetto dell'ateneo di Catania illustrato dalla docente Laura Saija

Catania è una città ad elevato rischio sismico, e per ridurlo c’è solo un modo: intervenire sugli edifici esistenti per renderli pronti a una eventuale terremoto simile per intensità a quello del 1693. Per farlo gli ostacoli sono soprattutto economici, un problema che riguarda non solo il capoluogo etneo ma “tantissime città medie che hanno avuto un restringimento dei valori immobilari, e dove non si fanno investimenti in ristrutturazioni antisisimiche”. A spiegarlo ieri in diretta a FocuSicilia Laura Saija, professoressa di Tecnica e Pianificazione Urbanistica al Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura (Dicar) dell’Università di Catania. Come sottolineato in un noto studio della protezione civile cittadina, gli edifici più a rischio “sono quelli della città moderna”. Palazzine costruite a partire dal dopoguerra in tutta Italia con tecniche non adeguate al rischio sismico, e per le quali l’Università di Catania ha lanciato un progetto, e-SAFE, che vuole rispondere all’esigenza, stabilita dalle norme europee, di un miglioramento del consumo energeiico da unire dove necessario anche a un adeguamento antisismico. Utilizzando prevalentemente dei pannelli e delle strutture prefabbricate.

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Interventi strutturali senza lasciare casa

Il progetto è stato avviato grazie a un finanziamento europeo del programma Horizon 2020, e vede l’ateneo catanese “capofila e coordinatore di un progetto con dieci partner europei”, spiega la docente. Un sistema “innovativo” perché la ristrutturazione sismico energetica avviente “con pannelli, in legno, da applicare dall’esterno”. E che dovrebbe permettere di abbattere i costi attualmente stimati in oltre 30 mila euro per abitazione “anche del 50 per cento”. Il vantaggio di intervenire dall’esterno è quello di “non interrompere le funzioni dell’edificio”. In pratica “non dobbiamo chiedere alle famiglie di spostarsi per due quattro o sei mesi per eseguire i lavori”, afferma Saija. Ed e-SAFE dovrebbe arrivare inoltre con un pacchetto di dotazioni finanziarie, “tali per permetterne la diffusione dove ci sono le maggiori sfide socio-economiche”. 

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Progetto pilota in via Acquicella Porto

L’adeguamento fino ad oggi è stato sinonimo di grandi investimenti economici, e il progetto si propone di rendere potenzialmente applicabile l’innovazione a tutti gli edifici, anche quelli di edilizia economica e popolare. La docente definisce e-SAFE “nato per intervenire dove le famiglie non possono permettersi da un giorno all’altro di spendere migliaia di euro”. Il primo intervento pilota è già stato previsto in una zona periferica della città, in via Acquicella Porto, in un edificio di proprietà dell’Istituto autonomo case popolari. Gli inquilini, seguendo i principi della moderna progettazione urbanistica, “come la co-produzione” specifica Saija, sono stati interpellati per guidare i tecnici verso un intervento che non sia solo tecnico. “Non si fa partendo da un foglio bianco, ma si considerano le esigenze sia estetiche che funzionali di chi abita gli edifici”. La sfida “di livello europeo”, dovrebbe consentire di fare una stima dei costi e poi di standardizzare le soluzioni tecniche e il metodo di lavoro. Superando anche i limiti di quello che è stata l’applicazione del bonus 110 per cento. “Dietro queste procedure ci sono molte difficoltà burocratiche e organizzative. E’ difficilissimo agire con il bonus dove ci sono vari proprietari e metterli d’accordo. Ma queste procedure sia nel Pnrr che nelle nuove misure sono state semplificate”. Interventi di.semplificazione che probabilmente non basteranno, “e quindi cerchiamo di individuare i meccanismi di processo per intervenire”. 

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La “co-produzione” per ripensare la città

L’intervento mescola questioni classiche della tecnica urbanistica, “ovvero La pianificazione, che dice dove e quanto si può costruire, questioni ancora fondamentali perché condizionano il mercato edilizio e sulle quali si dovrebbe lavorare su un nuovo piano regolatore, affiancate da delle politiche che stabiliscano quanto pubblico e privato può fare per incoraggiare certi processi”. Un intervento che bel caso delle ristrutturazioni e del bonus “è relativamente semplice”, specifica Saija. ” Dentro e-SAFE lavoriamo con Iacp ma anche con il comune di Catania che gestisce una importante fetta del patrimonio edilizio pubblico per capire come utilizzare al meglio gli incentivi”. E si guarda “alle forme di collaborazione pubblico-privato, per trovare modi di intervenire in autonomia”. Dinamiche che verranno messe in opera già dal 9 luglio, giorno di presentazione ufficiale del progetto che prevede una sessione di lavori insieme a degli stakeholders, ovvero portatori di interesse sul tema, dagli ordini professionali ai comitati civici, da coinvolgere “in un’ottica che è quella della co-produzione”. Si tratta di un approccio che supera quello della cosiddetta “urbanistica partecipata, andata avanti tra gli anni ’90 e primi 2000. Nella piattaforma i soggetti che hanno interesse comune nella reignerazione sismica ed energetica possono concepire insieme delle azioni, prendendosi un impegno reciproco. E questo funziona bene quando ci sono insieme istituzioni e attori del territorio”. Da qui, spiega la docente, potrebbero nascere nuovi piani di intervento e un modello da esportare in tutta Europa.

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L’area dell’ex ospedale e l’esempio di Bari

Il modo di operare della co-produzione può natura lmente andare oltre gli interventi specifici ed essere esteso anche alla pianificazione del territorio. Un esempio, “oggetto quest’anno delle esercitazioni dei miei studenti”, specifica Saija, è quello dell’area degli ex ospedali nel quartiere Antico Corso. Da quando non sono più presenti, come più volte denunciato da vari comitati civici, il tesstuto socio-economico di un territorio centralissimo a Catania ha subito un grave contraccolpo, aggravato poi dal periodo di lockdown. Solo pochi giorni fa, a oltre due anni dalla dismissione dei reparti ospedalieri, è arrivato l’annuncio attesissimo di un primo riutilizzo di uno degli edifici della grande area del Vittorio Emanuele da parte della Regione siciliana per realizzare un museo dedicato all’Etna. “Questa è indubbiamente la parte di città dove si gioca il futuro urbanistico per via dei volumi a disposizione. E ci sono esempi virtuosi di co-produzione che hanno funzionato in aree simili in altre parti d’Italia”. L’esempio che porta Saija è quello della ex caserma Rossani a Bari, città simile a Catania per dimensioni e contesto sociale. “Si è riusciti, anche grazie all’intervento di Rossana Bari urbanista dello Iuav di Venezia e in quel periodo assessore, a far convivere un mix di approcci. Da una parte un intervento voluto dalla Regione Puglia per realizzare una biblioteca che ha riqualificato un’area, mentre un’altra parte è stata data in gestione a una serie di associazioni che hanno creato un parco”. Il segreto di questo tipo di interventi “è un mix strategico di risorse che sono già presenti, che permettono interventi di scala difficili alle nostre latitudini perché mancano i grandi investitori”, conclude la professoressa Laura Saija.

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Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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