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Sanità: Sicilia “prima tra le ultime”. Famiglie più povere per curarsi

Tassi di ospedalizzazione, spesa sanitaria pro-capite, famiglie che rinunciano a curarsi o vanno fuori regione: le performance sanitarie della Sicilia restano in fascia bassa, secondo l'ultimo "Rapporto Sanità", elaborato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità

Dai tassi di ospedalizzazione per patologie croniche alla spesa sanitaria totale pro-capite, dalle famiglie che rinunciano a sostenere spese sanitarie ai cittadini che si ricoverano fuori regione per patologie oncologiche, dalla mortalità dovuta ad infarto fino all’assistenza per disabili e anziani. Sono alcuni degli indicatori delle “performance sanitarie” della Sicilia, che restano in fascia bassa, con servizi pubblici regionali relegati nel quarto e ultimo gruppo delle regioni italiane. Lo certifica l’ultimo “Rapporto Sanità”, giunto alla sua 18 esima edizione, elaborato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea Sanità) attraverso un panel di esperti. Nessuna regione italiana in realtà raggiunge il cento per cento – meta ideale – e l’indice oscilla dal 54 per cento del Veneto al 24 per cento della Calabria, con un divario tra la prima e l’ultima regione decisamente rilevante e un terzo delle regioni che non supera il 30 per cento del massimo ottenibile. Del primo gruppo fanno parte oltre al Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Lombardia. Nel secondo gruppo, quattro regioni con livelli dell’indice di performance superiori al 40 per cento: le due Province autonome di Trento e di Bolzano, l’Umbria e il Friuli Venezia Giulia. In un range di performance tra il 30 e il 40 per cento, le regioni del terzo gruppo: Sardegna, Piemonte, Valle d’Aosta, Marche, Liguria e Lazio e Basilicata. Infine, sei regioni, Sicilia, Puglia, Molise, Abruzzo, Campania e Calabria, registrano livelli di Performance inferiori al 30 per cento. La Calabria, secondo lo studio, “negli anni rimane stabilmente ultima e senza segni di particolare recupero”.

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Il “lascito” della pandemia: attività ospedaliera ridotta

Il 2022, primo anno post-pandemico, rappresenta secondo gli esperti di Crea un’importante finestra tra il “lascito della pandemia” e il futuro del Servizio sanitario nazionale, in particolare nella triplice prospettiva della sostenibilità, della riduzione delle sperequazioni e della gestione delle risorse umane. Un periodo che deve guardare alla “normalizzazione” delle strutture sanitarie che hanno ricominciato a lavorare sui livelli pre-pandemici. Resta però sulle spalle la pesantissima riduzione dell’attività ospedaliera ordinaria subita durante il Covid: i ricoveri ordinari dei casi acuti si sono ridotti del 18,1 per cento, ovvero con un tasso 4,6 volte maggiore rispetto alla media annua del decennio precedente; analogamente si è registrata una riduzione delle giornate di degenza del 13,1 per cento: 4,4 volte maggiore rispetto a quella del decennio 2010-2020. Una riduzione che “si innesta su tassi di ospedalizzazione bassissimi, che fanno dell’Italia il Paese europeo, di gran lunga, maggiormente ‘deospedalizzato'”, si evidenzia nel rapporto. Secondo dati diffusi da Agenas e Istat, i ricoveri in regime ordinario connessi al Covid, sempre nel 2020, sono stati 286.530: tenendoli in considerazione, la riduzione dell’attività di ricovero è stata persino leggermente superiore (-18,2 per cento). La Sicilia è tra le regioni che più hanno visto diminuire il tasso di ospedalizzazione dei casi acuti.

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Strutture inaccessibili, si cura solo chi ha i soldi

Durante la pandemia, “solo le famiglie più abbienti hanno aumentato la spesa sanitaria sostenuta direttamente, in particolare per la specialistica e per il dentista. Solo una quota limitata delle famiglie, il 20 per cento più abbiente, ha potuto aggirare le barriere di accesso alle strutture del Ssn createsi con la pandemia”. L’impoverimento per spese sanitarie affligge nel 2020 l’1,5 per cento (378.627) dei nuclei familiari: 32.264 in meno rispetto all’anno precedente, ma il fenomeno si associa ad un aumento di incidenza delle rinunce alle spese per consumi sanitari, che ha interessato tutti ma, in particolare, i meno abbienti. Il fenomeno continua a colpire soprattutto il Mezzogiorno (3,2 per cento dei residenti). La Calabria, è la Regione più colpita con il 4,5 per cento delle famiglie impoverite; all’estremo opposto la Valle d’Aosta, dove solo lo 0,2 per cento dei suoi residenti versa in tale stato. Per Crea, chi ha potuto si è pagato di tasca propria le prestazioni in strutture private, ma tralasciando le attività di prevenzione e diagnostica. Il timore è che la mancata attività di prevenzione possa scatenare peggioramenti futuri della salute della popolazione e quindi maggiore richiesta di prestazioni e un forte rischio di incremento delle liste d’attesa e il ricordo a strutture private a pagamento diretto, generando ulteriori peggioramenti.

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Prestazioni perse e non ancora recuperate

L’analisi dei trend trimestrali di erogazione delle prestazioni conferma il drastico calo, oltre
il 50 per cento, avvenuto in corrispondenza della prima ondata pandemica e del conseguente lockdown; spiegabile tanto con il blocco delle prestazioni non urgenti, quanto con il timore dei cittadini a recarsi in strutture sanitarie, percepite come luoghi a rischio di contagio. Malgrado i fondi stanziati, nel 2021 i volumi crescono, non si raggiungono, in prestazioni, i livelli pre-pandemici. Si contano 194,3 milioni di di erogazioni, un volume inferiore di circa il 15 per cento rispetto al biennio 2018-2019). Solo nell’ultimo trimestre i numeri tornano sui livelli pre-pandemici, lasciando prevedere un ritorno alla ‘normalità’ nel 2022. “Nel 2021, solo Campania e Toscana superano i livelli pre-pandemici, configurando un reale recupero dell’attività non svolta: in tutti gli altri casi, nuovamente con rilevanti variabilità regionali, l’emorragia pur fermandosi, non segna un reale recupero delle prestazioni perse”, secondo Crea, che fa un riferimento critico anche alle opportunità del Pnrr, che ha destinato al Meridione una quota di risorse più che proporzionale (pari al 40 per cento) rispetto al suo peso in termini di popolazione. “Una scelta che appare condivisibile ma non risolutiva – scrivono gli esperti – perché per il Sud si pone, infatti, prima di tutto un problema di carenza di risorse correnti”.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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