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Sicilia Far West dei tartufi. Dopo 35 anni la legge. Settore da milioni di euro

Da 150 a oltre mille euro l'uno. Il giro d'affari dei tartufi siciliani è notevole, ma inquantificabile. L'assenza di una norma di regolamentazione ha portato a raccolti incontrollati, spesso con danneggiamento delle tartufaie e assenza di tracciabilità dell'economia. Fino a ieri però

Solo la Sicilia e la Sardegna erano privi di una legge regionale che regolamentasse il settore dei tartufi nel solco della legge quadro nazionale 752 del 1985. Ci sono voluti 35 anni e le proposte di numerose associazioni, operatori del settore e vari gruppi politici. Alla fine l’Assemblea regionale siciliana ha detto sì alla legge 496. Un cammino talmente lento che a livello nazionale si parla già di una possibile modifica alla legge 752. In assenza di una norma specifica, la Sicilia non ha finora avviato una vera attività economica legata alla vendita del tartufo. È stata anzi terra di conquista e di raccolta facile per numerosi cercatori, sia siciliani che non. Hanno potuto asportarli senza limiti e spesso arrecando danni all’ecosistema e alla conservazione e tutela delle tartufaie.

Tutela e tesserini

La nuova legge, da una parte vuole regolamentare il settore proteggendone gli ecosistemi naturali , dall’altro vuole promuoverlo. Si potranno prelevare i tartufi solo se in possesso di tesserino (amatoriale o professionale), con strumenti e metodi definiti e in definite le quantità. È fondamentale non danneggiare la parte vegetativa del fungo, nel sottosuolo, per permettere la sopravvivenza del tartufo e il ciclo biologico della tartufaia naturale. “È un risultato importante che abbiamo ottenuto grazie all’apporto fondamentale degli esperti del settore”, dice il deputato Pd Nello Dipasquale, tra i promotori della legge insieme a Giorgio Assenza di Diventerà bellissima. “La Sicilia è una terra vocata, con numerose zone di produzione, anche per la presenza di varie specie arboree che permettono a funghi e tartufi di attecchire. La legge dà grandi possibilità di sviluppo”, afferma Assenza. Un testo a cui si è arrivati facendone “una sintesi dei vari ddl in commissione Attività produttive”, spiega Valentina Zafarana, deputata Cinque Stelle.

Quanto costa il tartufo

Tutto questo potrà permettere anche uno sviluppo ed una quotazione dei tartufi, oggi molto approssimativi. I prezzi per ora sono indicativi. La “borsa del tartufo” varia in base a vari fattori: la tipologia, la qualità, la pezzatura, la quantità stagionale di raccolta. “Il tuber aestivum – spiega Mario Prestifilippo, di Piazza Armerina, esperto del settore – può essere venduto 150-200 euro, l’uncinatum raggiunge i 400, il melanosporum gli 800 euro, ma i funghi più pregiati superano i 1000 euro. Addirittura, il pregiatissimo Tuber magnatum Pico detto anche bianco di Alba, può raggiungere anche sei – otto mila euro, ma in Sicilia c’è stato un solo ritrovamento.

Enogastronomia e ristorazione

“La Sicilia era in ritardo, ma ora tutto può ambiare” per Gabriele Cantaro dell’associazione Tartufai di Enna. Secondo Cantaro adesso si garantisce la tracciabilità dei tartufi, se ne regolamenta la vendita e si permette di dare impulso anche alla ristorazione. “È certamente l’occasione per avviare nuove attività economiche, nel rispetto delle regole, utilizzando una risorsa dalle grandi potenzialità”.

La mappatura: dove crescono i tartufi

Si comincia a lavorare ad una mappatura dei siti tartufigeni in Sicilia: i tartufi crescono laddove ci sono querce, pioppi, cerri, roveri, lecci. In provincia di Trapani (Alcamo, Bosco Inici) si trova il Tuber borchii ed il Tuber aestivum (noto anche come Scorzone), nei monti Sicani (Campofiorito, Bivona, Bisacquino, Chiusa Sclafani, Cammarata, Burgio, Sambuca, Santo Stefano di Quisquina). Ci sono poi la provincia di Palermo (Partinico, Cinisi, bosco di Ficuzza) dove si trova il Tuber aestivum, il Tuber borchii e il Tuber brumale. Nelle Madonie (Petralia, Castelbuono) si trova il gruppo Albidum, il brumale e l’Uncinatum, a Capizzi si trova il Brumale e l’Uncinatum, nei Nebrodi e Peloritani c’è il Mesentericum, nell’Etna (Cesarò) c’è l’Uncinatum ed il Mesentericum, nella zona di Siracusa e Ragusa (Palazzolo Acreide, Buccheri, Buscemi, Ferla, Sortino, Monterosso Almo) si trovano l’Uncinatum, il brumale, l’aestivum.

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