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Troppi giovani senza servizi e speranze “gettano la spugna”. Come cambiare

In Italia un under 34 non lavora e non studia. Il Paese europeo con la più alta percentuale di Neet. Varie le categorie: dai neolaureati a chi ha lasciato gli studi troppo presto alle madri costrette a lasciare per occuparsi dei figli. Per cambiare occorre iniziare ad ascoltarli

l fenomeno dei Neet, letteralmente Not Education, Employment or Training, fa riferimento al crescente numero di giovani tra i 15 e i 29 (ma alcune statistiche fanno riferimento a fasce di età diverse, come 15-24 o 15-34), che non sono impegnati né in un percorso di studi né in attività lavorative. Le cause di questa distorsione, pur essendo in alcuni casi molto eterogenee, possono essere in gran parte ricercate, oltre che nella scarsa disponibilità di posizioni lavorative (soprattutto nelle regioni meridionali), nelle difficoltà di accesso al mondo del lavoro dei giovani laureati e nella mancanza di collegamento tra università e impresa. L’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di giovani Neet (22,2 per cento corrispondenti a circa due milioni di ragazzi). Tradotto: circa un giovane su quattro non lavora né studia.

Persa la speranza nel futuro

E la situazione non è migliore nella nostra isola. Una crisi sempre più profonda avvolge l’economia siciliana e, a causa del Covid-19, sembra stringere sempre più forte nella sua morsa l’intera popolazione, e in particolare i giovani isolani. Una categoria che nella realtà mostra la tragedia di una generazione che si ritrova senza lavoro e senza futuro, appoggiati ad una famiglia che trova sempre più difficoltà nel sostenerli. Non cambia la situazione nemmeno per i giovani laureati, che si ritrovano da un anno nel limbo, in attesa che il mondo del lavoro si sblocchi. L’aspetto più problematico, che riguarda il 32 per cento dei Neet, è che non solo sono ragazzi che non studiano e non lavorano, ma hanno anche perso la speranza di trovare un lavoro e quindi non sono attivi nella ricerca di un’occupazione.

Diverse sfumature di Neet

Chi sono i neet? 1) le persone in cerca di occupazione, che sono poco più del 40 per cento dei Neet; 2) gli indisponibili alla vita attiva per motivi vari, che corrispondono al 20 per cento; 3) persone non alla ricerca attiva di lavoro, ma in attesa di opportunità, ovvero persone che aspettano che si verifichino certe condizioni per poter iniziare un’attività, ed è circa un altro 20 per cento; 4) i disimpegnati, un 15 per cento circa che non cerca lavoro e ha una visione pessimistica delle condizioni occupazionali.
Non basta però parlare genericamente di Neet. Dentro questa definizione, rientra infatti sia il neolaureato con alte potenzialità e motivazioni che passa del tempo a cercare un lavoro in linea con le proprie ambizioni e con il percorso di studi, sia il giovane uscito precocemente dagli studi e dunque con basso “capitale sociale”.

Madri costrette a rinunciare al lavoro

Non solo, una componente rilevante dei Neet è rappresentata da madri non occupate. Un problema non certo trascurabile in un Paese sempre più vecchio dove si fanno sempre meno figli. Se le madri sono costrette a rinunciare al lavoro per i figli è perché non hanno adeguata assistenza (asili nido, sussidi, eccetera) o non sono tutelate sul posto di lavoro (in pochi hanno un contratto che preveda un periodo di maternità, per esempio). Su questo aspetto, si uniscono l’assenza di Politiche attive del lavoro e misure di conciliazione tra lavoro e impegni familiari.

Situazione aggravata dal Covid

Senza scuola, senza lavoro, senza formazione: un ‘limbo’ drammatico, accelerato dall’emergenza Covid, in cui rischiano di ritrovarsi circa 1,4 milioni di ragazzi e ragazze del nostro Paese tra i 15 e i 29 anni. L’Italia presenta oggi un record di Neet non solo tra i più giovani ma anche nella fascia dei 30-34enni. Questi trentenni, dopo aver subito le conseguenze della precedente recessione, si trovano ora a far fronte all’impatto della pandemia. E l’emergenza, è destinata ad ampliarsi dopo la crisi provocata dal coronavirus, i cui effetti per ovvi motivi non possono ancora essere rilevati a pieno. Il rischio è quindi quello di pesanti ricadute non solo sui percorsi professionali ma anche sui progetti di vita in generale.

Possibili interventi

Il tessuto lavorativo italiano così come si presenta oggi abbastanza disastrato, non si può negare e, livello più individuale la mancanza di certezza sul futuro (a causa della crisi economica e di un senso di precarietà) porta ansia e sfiducia nei confronti delle Istituzioni come la scuola. Ma è pur vero che la pandemia ha portato alla ribalta nuove possibilità, ad esempio, i corsi online utili per guadagnare nuove skill. Tuttavia questa è una soluzione che ai più giovani non viene neanche in mente. I giovani, il nostro futuro, coloro i quali dovrebbero avere forza ed energia per affrontare i cambiamenti e ripartire, hanno invece “gettato la spugna’.

Partire dall’ascolto dei giovani

Per includere i giovani NEET sono necessarie azioni su più livelli, che coinvolgano diversi attori sul territorio e che puntino all’empowerment degli stessi ragazzi, i primi interlocutori nonché i veri esperti delle proprie difficoltà e potenzialità.
Per riattivare i NEET, è possibile effettuare dei colloqui motivazionali per comprendere se siano pronti al cambiamento. Lo psicologo può accompagnare i NEET nella loro transizione, a uscire dalla loro condizione di inattività, prevenendo il rischio di cronicizzazione, e anche di ansia e depressione, superando i pensieri negativi e lo scarso senso di autoefficacia che questa condizione può provocare e supervisionando i diversi passi per uscirne. In futuro, si potranno strutturare e validare protocolli appositi, non ancora esistenti, perché è un fenomeno recente, e anche approfondire le sottocategorie dei NEET, così da poter diversificare i rischi e pensare agli interventi.

Tiziana Ramaci
Professore Associato di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l'Università degli Studi di Enna "Kore". I suoi interessi di ricerca si concentrano prevalentemente sulla Psicologia della salute occupazionale e promozione della sicurezza negli ambienti di lavoro. Lavora costantemente sui temi dell’orientamento professionale e delle carriere internazionali. È membro dell’International Commission on Occupatinal Health - ICOH; Commission Internationale de la Slaute au Travail – CIST;

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