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Marilina Giaquinta, la poesia come atto di resistenza “per guardare al futuro”

Ex dirigente della Polizia di Stato, Giaquinta è una delle voci più innovative della poesia e della letteratura catanese. In questa intervista racconta a tutto campo il suo rapporto con l'arte

“Miserabile è chi crede di / vivere senza rendere il conto / che crede che niente costi e si paghi”. Sono versi di Marilina Giaquinta, autrice catanese di poesie, di racconti ed ex dirigente e funzionario della Polizia di Stato. Sposata, madre di tre figli, nel 2014 esce il suo primo libro, una silloge di poesie, “Il passo svelto dell’amore” (Il Girasole edizioni). Tra il 2015 e il 2017 escono due raccolte di racconti: “L’amore non sta in piedi” e “Malanotte”. L’ultima raccolta di poesie ha come titolo “Addimora”. Nel 2020 esce il suo primo romanzo “Non rompere niente”, un noir dalle tinte fosche che ha come protagonista un commissario alle soglie della pensione. Ma Marilina è donna poliedrica ed è tanto altro: conduce programmi radiofonici, ha avviato collaborazioni con musicisti e attori per la messa in scena di spettacoli teatrali, collabora con riviste e pubblicazioni, fa parte del comitato organizzativo del “Premio Nazionale Pagliarani” e gira l’Italia con le sue poesie prendendo parte a eventi e manifestazioni letterarie (Poetitaly a Roma, Genova voci, Mudec a Milano, Salone Off di Torino). Le sue poesie sono state inserite e pubblicate in diverse antologie, tra cui “Umana Troppo Umana”, Nino Aragno Editore, curata da Alessandro Fo, e la sua raccolta “Malanotte” è stata tradotta e pubblicata dalla casa editrice tedesca Launenweber di Colonia e presentata alla Fiera del libro di Francoforte.

Lei è stata per tanti anni dirigente della Polizia di Stato e poetessa, la domanda è quanta poesia c’è nella polizia?
Non so quanta poesia ci sia nella polizia. Posso, ovviamente, parlare della mia esperienza. Una mia raccolta ancora inedita, dal titolo “Il futuro è straniero”, che peraltro ha vinto parecchi premi, racchiude le poesie che ho scritto quando dirigevo i servizi di ordine pubblico in occasione dell’arrivo al porto di Catania delle navi che avevano operato il salvataggio dei naufraghi al largo delle coste libiche. Era così forte il terremoto emotivo che sentivo dentro di me nell’ascoltare le storie drammatiche e terribili di coloro che erano scampati alla morte che, tornata a casa, sentivo l’urgenza di scrivere quello che avevo vissuto. Così mi sono salvata. Ho potuto continuare a vivere con quelle storie dentro, le vite disperate che avevo conosciuto, gli sguardi pieni di paura e di speranza che avevo incrociato, le espressioni confuse e provate da un viaggio che aveva lambito la morte. La poesia mi ha aiutata a convivere con tutto quel dolore. C’erano madri come me, e mentre ero al porto mi arrivavano i messaggi di Carlotta, mia figlia, che, preoccupata, mi chiedeva se stavo bene, se avevo mangiato e quando sarei tornata a casa, perché i servizi cominciavano la mattina e si protraevano spesso fino a notte fonda. E io mi sentivo fortunata e in colpa perché mi rendevo conto che quello rappresentava il nostro disastro, la fine dell’Umanità. Chi scrive forse non sa di avere un grande privilegio, quello che Ungaretti diceva della poesia, “riuscire a camminare in bilico sul baratro della vita”. La poesia mi ha sempre salvata e risanata. Bufalino diceva che scrivere è terapeutico ed è vero. A rischio di sembrare blasfema, credo, comunque, che la polizia e la poesia abbiano qualcosa in comune: hanno come materia condivisa la vita, incidono sulla vita propria e degli altri. Ed è l’esperienza della vita che ho maturato con il mio lavoro che mi porto dentro la scrittura e la poesia.

Non ha paura di cimentarsi e “mescolare” le arti insieme alla sua, trova ispirazione nella contaminazione?
La contaminazione, l’ibridazione delle varie forme di espressione artistica, il “meticciato”, è, secondo me, un’esigenza ineludibile. Credo che sia il riflesso del nostro tempo: viviamo in un mondo connesso e integrato; sui social, per esempio, il mix di video, parola e immagini è continuo. Sembra quasi che una sola forma artistica non basti a esprimere la complessità del tempo che stiamo vivendo. Io mi sono messa alla prova con la musica: ho portato in giro per l’Italia e per la Sicilia le mie performances poetiche accompagnata da musicisti di diversa formazione e che suonavano strumenti diversi (il sax, la tromba, il contrabbasso, le percussioni, i tamburi, la chitarra). Il ritmo dei miei versi si integrava, in un rapporto quasi osmotico, con il ritmo degli strumenti, in un dialogo che finiva con l’esaltare la musicalità di entrambi. Ma ho portato avanti anche altri progetti di ibridazione: ad esempio, la mostra “Insulamata-la pittura poetata”, in cui i miei versi “hanno poetato” appunto i quadri di un’amica artista. Lo scorso ottobre, presso la Fondazione Bufalino, sono state esposte, in una collettiva che riuniva altre opere, mie fotografie “illustrate” da mie poesie. Forse per via della mia passione per il cinema, adesso mi piacerebbe cimentarmi con la video-poesia.

Ha mai pensato di rappresentarsi con uno spettacolo tutto suo?
Certo, mi piacerebbe tanto avere uno spettacolo tutto mio, a teatro, come quello di Mariangela Gualtieri, per esempio. A dire il vero, prima del lockdown, un mio amico musicista di Torino era riuscito a mettere insieme una produzione teatrale con le mie poesie tratte da “Il futuro straniero” con attori musicisti e danzatori. Ma poi il lungo lockdown che ha provocato, come noto, una profonda crisi nel settore dello spettacolo, e del teatro in particolare, e ha fatto sì che il progetto non andasse in porto.

La sua poesia risulta diretta, a tratti viscerale, è catarsi o è rappresentazione?
La domanda impone una premessa. Cosa rappresenta per me la poesia. La poesia è, allo stesso tempo, solitaria e inclusiva, non può esistere senza “l’altro”, sente e percepisce il proprio tempo, ed è per questo che è predittiva, profetica, è fiaba e tragedia, umiltà e “sprezzatura”, è necessaria e libera (lo aveva capito la Russia stalinista che perseguitava e “suicidava” i suoi poeti). La poesia è unica per ognuno di noi, come le nostre impronte digitali, ed è universale, è parola che diventa musica e immagine ma è anche storia, narrazione, è il coraggio del dolore, quello che farmaceuticamente cerchiamo di eliminare dalle nostre vite, ma è anche ricerca del piacere, è il rischio dell’amore e il rigore della ragione. E’ tutto quello di cui siamo fatti, perché siamo fatti della stessa materia delle stelle ed è per questo che la poesia ci fa brillare. Giorgio Manganelli scriveva: ”Chi scrive ha anche una grande quantità di “amore”, e l’amore eccita il genio, gli fa fare prodezze.” Ecco, la poesia è anche questo: è l’amore che fa fare prodezze. Se la mia poesia è viscerale? Non so dirlo, mi capita spesso, però, che molti, dopo aver letto i miei “accapo”, mi raggiungano e mi raccontino la loro vita, aprendosi e parlandomi del loro dolore oppure mi dicano “questa l’hai scritta per me” oppure ancora “mi hai letto nel pensiero”, oppure “mi tocchi il cuore”. Ecco vorrei che i miei “accapo” esprimessero non solo me stessa, ma lo smarrimento del vivere questo tempo. Aggiungo: ho letto tanti libri di neuroscienza sulla creatività, la conclusione che ne ho tratta è che nessuno ne conosce l’origine ma soprattutto nessuno ha mai capito perché alcuni siano “creativi” e altri no. Scrivere poesia, per me, è comunque, un atto di resistenza. E la resistenza è viscerale e catartica allo stesso tempo.

Ci potrebbe indicare cosa ha in serbo per il futuro e prima ancora cosa pensa del futuro?
In futuro, ho in serbo il mio secondo romanzo che spero verrà pubblicato il prossimo anno. E poi ancora tanta poesia. Ho già pronte le poesie per la prossima raccolta. Cosa penso del futuro? Ho già detto che sono appassionata di scienza e di neuroscienza in particolare. Antonio Damasio racconta ne “L’errore di Cartesio” la storia di Phineas Gage. Phineas Gage era un caposquadra statunitense addetto alla costruzione di una nuova linea ferroviaria che avrebbe attraversato il Vermont, nella seconda metà dell’ottocento. Era definito dai suoi capi come l’uomo “più efficiente e capace” tra quanti avevano assunto. Divenne un caso celebre e molto studiato, perché, per un incidente sul lavoro, fu raggiunto da una barra metallica che gli trapanò il cranio: penetrò nella guancia sinistra, forò la base della scatola cranica, attraversò la parte frontale del cervello e uscì dalla sommità della testa, cadendo a una trentina di metri di distanza, sporca di sangue e tessuto cerebrale. I giornali dell’epoca riferirono che nel giro di pochi minuti Phineas Gage riuscì anche a parlare. Oltre che a muoversi. Sopravvissuto miracolosamente all’evento traumatico, dopo poco tempo riprese la sua vita, e anche il suo lavoro. Ma non fu più lo stesso. E fu licenziato. Era diventato apatico e indifferente. Nel senso che, sì come viene riferito dai medici che vi si dedicarono, elaborava molti programmi di attività future che però abbandonava subito dopo. In seguito, infatti, cambiò molti lavori, alcuni dei quali occasionali. Il caso di Phineas Gage, spiega Damasio, indica che esiste qualcosa nel cervello che va oltre la mera capacità di comprensione e di espressione e di movimento che ha a che fare con la capacità di anticipare il futuro e di pianificare in accordo a tale anticipazione. Voglio dire con questo che il futuro è consustanziale al pensiero, che lo stesso presente non è un presente fine a se stesso, ma è sempre fatto di futuro. Sorrido quando leggo inviti, di cd. “auto-aiuto”, molto di moda, che spronano a concentrarsi sul presente a non lasciarselo sfuggire pensando a quello che verrà dopo. Non potremmo vivere il presente se non avessimo una proiezione di noi stessi verso un tempo che lo trascende e ci significa. La ricerca scientifica guarda al futuro, e se non lo avesse fatto e si fosse accontentate dei risultati ottenuti, noi non avremmo ancora il mondo che abitiamo e che ancora stiamo esplorando. Il diritto guarda al futuro, riflettendo sulla tutela dei diritti delle generazioni che ancora devono nascere in funzione della disponibilità ed esauribilità delle risorse del pianeta. Le scienze sociali guardano al futuro interrogandosi sulla sopravvivenza del nostro sistema di relazioni. La medicina guarda al futuro, altrimenti alcune malattie non sarebbero state debellate. L’elenco potrebbe continuare. È certo che, se perseveriamo nel guardare il futuro con una mentalità esasperatamente individualista e con i conti del mercato e del profitto, allora il nostro futuro è destinato ad avere il fiato corto del malato dispnoico.

Seba
Seba
Produttore, songwriter, ha esordito come cantautore a livello nazionale nel 2006 con Domenica d’estate, conquistando i primi posti delle classifiche di vendita ed airplay, in seguito si dedica alle produzioni per altri artisti, tra gli ultimi artisti di successo prodotti troviamo Mario Venuti, Mario Biondi,Violante Placido. È sempre attento alle nuove tendenze musicali e dedica spesso le sue produzioni in favore dei nuovi talenti.

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