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Meno soldi, più formazione e detrazioni: come cambia il reddito di cittadinanza

Il decreto Lavoro approvato il primo maggio dal governo Meloni contiene anche delle misure per gli ex percettori del reddito. Da gennaio 2024 riceveranno un assegno non inferiore ai 480 euro annui, ma gli occupabili non potranno rifiutare nessuna offerta di lavoro

Da gennaio 2024 le persone povere riceveranno un assegno “di importo non inferiore a 480 euro all’anno esenti dall’Irpef, erogato dall’Inps attraverso uno strumento di pagamento elettronico, per un periodo massimo di 18 mesi continuativi, con la possibilità di un rinnovo per ulteriori 12 mesi”. È quanto prevede il decreto Lavoro approvato dal governo Meloni. L’integrazione del reddito, si legge nel comunicato del Consiglio dei Ministri, spetterà anzitutto “ai nuclei familiari che comprendano una persona con disabilità, un minorenne o un ultra-sessantenne e che siano in possesso di determinati requisiti”. Un passo verso la riforma complessiva del reddito di cittadinanza promessa nei mesi scorsi dalla premier Giorgia Meloni. “Come promesso noi distinguiamo chi può lavorare da chi non può farlo. Confermiamo, e anzi miglioriamo, il sostegno per chi non può lavorare, cioè per le famiglie in difficoltà che hanno al loro interno un minore, un anziano o un disabile”, ha detto in un video messaggio affidato ai social la presidente del Consiglio. “Chi può lavorare viene invece inserito in un percorso di formazione al lavoro, con un rimborso spese nel periodo in cui si forma e con incentivi importanti per chi lo dovesse assumere”, ha aggiunto Meloni.

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La nuova misura di sostegno

Nel dettaglio, i nuclei familiari beneficiari della nuova misura “saranno tenuti a sottoscrivere un patto di attivazione digitale e a presentarsi, con cadenza trimestrale, presso i patronati o i servizi sociali e i centri per l’impiego, al fine di aggiornare la propria posizione”. Come accennato la norma si concentra sui soggetti occupabili, “cioè coloro che hanno una età compresa tra i 18 e i 59 anni e non rientrano tra le categorie individuate come fragili”. Per loro è prevista un’interruzione del beneficio “è prevista la decadenza dal beneficio nel caso di rifiuto di una offerta di lavoro a tempo pieno o parziale, non inferiore al 60 per cento dell’orario a tempo pieno e con una retribuzione non inferiore ai minimi salariali previsti dai contratti collettivi”. La norma precisa anche il tipo di offerta che i percettori non potranno rifiutare, “a tempo indeterminato, su tutto il territorio nazionale e a tempo determinato, anche in somministrazione, se il luogo di lavoro non dista oltre 80 chilometri dal domicilio”. Per evitare truffe, inoltre, “sono previsti un adeguato regime sanzionatorio e una specifica attività di vigilanza” da parte di Ispettorato nazionale del lavoro, forze dell’ordine e Inps.

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Ampliato il Servizio civile

Ancora, sono previste agevolazioni per i privati che assumeranno i beneficiari della misura, e per patronati, associazioni e agli altri enti di mediazione, a cui “sarà riconosciuto, per ogni persona con disabilità assunta a seguito dell’attività da loro svolta, un contributo compreso tra il 60 e l’80 per cento di quello riconosciuto ai datori di lavori”. Per le persone in povertà assoluta, ma in grado di lavorare, “è riconosciuto un diverso contributo”, che prevede la partecipazione “a progetti di formazione, di qualificazione e riqualificazione professionale, di orientamento, di accompagnamento al lavoro e di politiche attive”. Tra questi anche il servizio civile universale, “per accedere al quale sono previste deroghe ai limiti di età e quote di riserva nei relativi bandi”. Anche per questo tipo di sostegno è prevista l’iscrizione a una piattaforma nazionale, “a seguito del quale potranno ricevere offerte di lavoro o essere inseriti in specifici progetti di formazione”. Questi ultimi, precisa la norma, saranno retribuiti. “Durante la partecipazione ai programmi formativi gli interessati riceveranno un beneficio economico pari a 350 euro mensili” per 12 mesi.

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Le valutazioni dei sindacati

Norme guardate con particolare attenzione dalla Sicilia, che a fine 2022 contava oltre 300 mila famiglie percettrici di reddito, circa il 20 per cento del milione e mezzo di tutto il Paese. I sindacati, come per gli altri punti del decreto Lavoro, hanno opinioni diverse. “È vero che il reddito di cittadinanza necessitava di alcune modifiche. Il Governo però non sta facendo altro che depotenziarlo, cambiandogli il nome per chiudere una stagione politica”, è il giudizio del segretario di Cgil Sicilia Alfio Mannino. Il leader della Camera del lavoro ricorda come le risorse per il taglio del cuneo fiscale siano state prese “dal taglio del reddito e del Superbonus, misure a favore delle fasce più deboli della popolazione”. Proprio la scelta di dirottare le risorse sul taglio delle tasse è approvata da altri osservatori. “Il reddito è stato sicuramente importante durante la pandemia, ma non poteva essere mantenuto con quelle modalità. Meglio utilizzare le risorse per stimolare il mercato interno, come ha deciso di fare il governo”, dice il segretario di Ugl Sicilia Giuseppe Messina. “Il reddito non funzionava soprattutto sul fronte della ricerca di lavoro. Il decreto contiene delle norme in tal senso, e se funzioneranno sarà una buona notizia”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci, giornalista e autore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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