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Museo dell’Etna a Catania: “Ospedale chiuso e cemento sulla sciara”

Al posto dell'ospedale Vittorio Emanuele a Catania nascerà un polo sul vulcano. Ma al quartiere, privato del suo centro vitale, serve ben altro, scrive l'Osservatorio delle trasformazioni urbane e territoriali

Una serie di procedure si è concretizzata con la decisione di destinare le aree del Vittorio Emanuele di Catania alla realizzazione dei sogni di gloria della presidenza della regione. Grande plauso da parte dell’amministrazione che si compiace dell’esautorazione del proprio ruolo sulla destinazione delle aree improvvisamente ex-ospedaliere. Potremmo fermarci qui poiché sono presenti tutti gli elementi che caratterizzano la intera vicenda, tuttavia volendoli elencare si va.

Si avvia un processo a vandalizzazione avvenuta

La Bugia: si impedisce la vandalizzazione degli edifici e si avvia un processo economico virtuoso quando la vandalizzazione è già avvenuta, i processi economici diffusi stroncati e la devianza sociale già avviata ha avuto ulteriore impulso. Siamo già oggi al cospetto di una “zona morta”. L’impertinenza progettuale: si è immaginato un utilizzo sulla scorta di un desiderio più che da una valutazione ponderata orientata ai bisogni e nessuna attenzione ai bisogni di abitazioni. Mancanza di una visione globale dell’intera area: si parla di una porzione, di una proiezione per una seconda parte e si ignorano le rimanenti come se l’intera area (organica) fosse un terreno incolto da lottizzare in mancanza di preesistenze (fra l’altro previste ed inserite nel Piano regolatore generale vigente).

Le altre criticità

E ancora, la distorsione: tutto viene realizzato all’interno di regole, solo che queste sono subordinate ai piani di utilizzo. Aumento della  volumetria: aree consistenti fra gli edifici interessati a questa nuova visione – ovvero le corti aperte tra i bracci secondari dell’edificio – sono rese, a loro volta edificate modificando l’aspetto e la volumetria complessiva. Interventi antisismici: si mantiene la sopraelevazione dell’edificio (realizzata con sistema costruttivo estraneo a quello sottostante) la quale, per rendere l’edificio più sicuro dal punto di vista antisismico, andrebbe demolita. Mancanza di un quadro economico a base dell’idea di utilizzo finale; a tal pro sarebbe utile conoscere la proiezione delle presenze attese e confrontarli con i “numeri” relativi all’intero sistema museale; unitamente ai costi di gestione a totale carico delle casse pubbliche.

Area in declino

Fra tutto l’eliminazione di un presidio sanitario importantissimo, potenzialmente servito da ogni mezzo di trasporto (metro compresa) in un momento in cui la “pandemia” ha segnato una nuova “baseline”, il nuovo “default”. Il modello di vita e dei servizi non sarà mai più come prima del Covid e la distribuzione sanitaria diffusa sul territorio, unico strumento per assicurare il diritto alla salute dei cittadini, viene accuratamente evitato in cambio di nuovo impulso alla sanità privata; nessuna menzione sul ripopolamento dell’area che è in costante declino.

Cemento zero? Il banco lavico viene sbancato

Sul Museo dell’Etna risulta altrettanto “bizzarra” la scelta di realizzarlo in copia virtuale mentre il banco lavico vero a Nesima (già parco lavico) viene sbancato per realizzare un ennesimo centro direzionale, a ridosso di un palasport inutilizzato costato soldoni e che si troverà nel caso miracoloso dovesse risorgere, strangolato da ulteriori cementificazioni; anche in questo caso applausi dell’amministrazione locale. Da una ricognizione, anche superficiale, del territorio catanese ci si rende conto come lo slogan “cemento zero” si riferisca più alle scorte di magazzino dei cementieri che non alla sua presenza sul territorio che continua a perdere fondamentali aree inedificate utili al riequilibrio termico e alla impiantazione (seria) di boschi cittadini.

Osservatorio delle trasformazioni urbane e territoriali

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