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Piani di protezione civile, troppi Comuni senza. “Ma la colpa non è solo loro”

In Sicilia il 35 per cento dei Comuni non ha pianificato le azioni da intraprendere in caso di calamità naturali. Sono soprattutto piccoli centri delle aree interne. Per il segretario di Anci Sicilia Alvano la situazione può però essere risolta, con "più risorse da Regione e prefetture, e la redazione di piani sovracomunali"

I piani di protezione civile nei Comuni siciliani sono pochi: appena il 19 per cento ne ha uno aggiornato negli ultimi quattro anni, e ben 138, su 391, non lo hanno mai redatto. Una situazione che mette al rischio l’incolumità dei cittadini, ma “la responsabilità non è solo delle amministrazioni locali”. Ad affermarlo è Mario Emanuele Alvano, segretario regionale di Anci, l’associazione dei Comuni siciliani, che chiama in causa sul tema innanzitutto la Regione siciliana, in quanto “la protezione civile non è un tema né comunale né provinciale. I terremoti, le alluvioni o persino uno tsunami non guardano i confini amministrativi”.

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Responsabilità dei Piani anche di “Regione e prefetture”

Se, come detto, sono a oggi solo il 65 per cento dei Comuni ad essere in qualche modo “protetti” da un Piano, secondo gli ultimi dati del Dipartimento regionale della Protezione civile aggiornati a luglio 2022, la motivazione principale va ricercata nelle difficoltà croniche che hanno i Comuni siciliani, ovvero la scarsità di personale e risorse anche economiche. Il quadro del resto vede solo 24 Comuni su 391 con un Piano regolatore in regola e, secondo Anci, “oltre cento dei quasi 400 comuni siciliani sono in pre-dissesto“. Le evidenti difficoltà generalizzate si trasferiscono quindi alla redazione dei Piani di Protezione civile, ma per questo problema “annoso e grave, è evidente che ci sia una oggettiva difficoltà, la responsabilità della protezione civile ricade anche su Regione e prefetture”, spiega Alvano. I rappresentanti governativi, siciliano e nazionale, sarebbero quindi carenti nel non aver dato supporto per la redazione di questi documenti fondamentali nell’affrontare situazioni di emergenza come i terremoti. Per Alvano “oltre a ricordare con una lettera le mancanze, dovevano essere dati supporti informativi, e magari premialità per chi riusciva a uscire fuori dalla situazione. La prefettura fa un lavoro importantissimo, ma oltre dovrebbe fare azioni più puntuali sul profilo del supporto tecnico”, spiega il segretario di Anci.

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Aree interne più a rischio: pochi medici e mezzi

Sul tema l’Anci non è stata comunque ferma in questi anni. E a dimostrarlo sono i numeri: il 65 per cento di Comuni coperti è paradossalmente un dato che presenta un netto miglioramento, stante che il Dipartimento nazionale di Protezione civile (presidenza del Consiglio dei ministri), censiva ancora al 4 aprile 2022 i Comuni siciliani dotati di Piano come il 49 per cento del totale (190 Comuni su 390). “Sono almeno dieci anni che Anci, insieme al Dipartimento della Protezione civile regionale, mette in campo azioni di sensibilizzazione con incontri nelle varie province”. Al centro delle preoccupazioni per i comuni “scoperti” da un piano vi è soprattutto il tema del supporto ai disabili e agli anziani. Si tratta spesso di piccole realtà, i Comuni delle “aree interne” dove a fronte di una popolazione in netta diminuzione a causa, soprattutto, dell’emigrazione dei giovani, scarseggiano anche le figure fondamentali di riferimento. A iniziare dai medici. “La distinzione preliminare quando si fa riferimento ai piani è certamente quella tra grandi e piccoli Comuni. In una città come Catania ad esempio prosegue Alvano – medici ce ne sono numericamente abbastanza anche per una eventuale emergenza sismica. In un piccolo comune però c’è magari un medico, insufficiente per una pianificazione del rischio, così come lo sono i mezzi di emergenza a disposizione”.

La soluzione: i Piani condivisi

La soluzione, però, “c’è ed è anche contenuta nella legge: fare Piani di protezione civile condivisi, sovracomunali”, afferma il segretario Anci Sicilia. Fatto salvo il necessario supporto governativo già sottolineato, per arrivare a queste soluzioni, “ampiamente utilizzate nelle Regioni del Nord italia, deve uscire fuori il senso civico di chi conosce il territorio. E lo dico nonostante in molti Comuni ci siano problemi di poco personale e varie altre difficoltà. Un approccio corale di tutte le istituzioni, che devono individuare Comune per Comune i soggetti di riferimento”. Un approccio mancato anche tra quel 19 per cento di Comuni virtuosi perfettamente in regola che hanno aggiornato il piano da meno di quattro anni. “Tra quei piani ce ne sono alcuni che sono frutto di incarichi all’esterno. Certamente meglio che non farlo, ma così se ne va il senso del piano “vissuto”, del documento in continuo aggiornamento”, conclude Alvano.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Catanese, mai lasciata la vista dell'Etna dal 1984. Dal 2006 scrivo della cronaca cittadina. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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