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Rum siciliano, da Federico II al nuovo Consorzio della canna da zucchero

Nasce il Consorzio della Canna da zucchero siciliana: sepolta dalla storia, la coltivazione è rinata nel 2018 e vuol ritagliarsi uno spazio di mercato non soltanto nella distillazione

Il 2021 come l’alba per una nuova produzione agricola in Sicilia, la canna da zucchero (in dialetto “cannamela”), si aggiunge al già ricco panorama regionale di prodotti agricoli d’eccellenza e può contare su un consorzio di recente costituzione. Il Consorzio della Canna da zucchero siciliana ha già un suo marchio in corso di registrazione che verrà utilizzato per tutti i prodotti. Altro obiettivo è quello di giungere all’approvazione dei disciplinari di produzione e lavorazione, per tutelare l’origine e la qualità della materia prima e dei prodotti derivati. La curiosità verso questa produzione ha messo in moto anche il turismo e l’Azienda Agricola Corrado Bellia, che ha costituito il consorzio insieme alla distilleria Giovi di Valdina e alla Distilleria Alma di Modica, ha avviato le visite per la degustazione in azienda sia dello zucchero, sia del rum. Un prodotto molto diverso da quello che si trova negli espositori dei supermercati, e che, con il suo carico di sicilianità, è pronto per lasciarsi apprezzare anche dai palati più esigenti.

Dal Cioccolato di Modica ai piatti compostabili

Il rum è il prodotto più importante della canna da zucchero, ma non l’unico. Verrà estratto lo zucchero ed il neonato Consorzio ha già avviato un confronto con il Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica per l’utilizzo dello zucchero siciliano in una sorta di ricollocazione storica dei due prodotti. Le fave di cacao, in questo spicchio di Sicilia, vennero introdotte dagli spagnoli fra il ‘500 ed il ‘600 e appare certo il “contatto”, in passato, fra zucchero e cioccolato. Alcune componenti della canna da zucchero potrebbero trovare impiego nel settore cosmetico, mentre lo scarto di lavorazione, la “bagassa”, è una cellulosa che si utilizza per la realizzazione di piatti compostabili. I resti trovano utilizzo come concime e, fra le tante proprietà, la canna da zucchero riesce ad assorbire una buona quantità di CO2.

Con Federico II l’oro bianco di Sicilia

Una produzione che evoca Caraibi e contadini con il cappello di paglia ed il machete, ma che in realtà, in Sicilia, venne avviata già seicento anni prima che Cristoforo Colombo la esportasse nel “mondo nuovo”. Furono, infatti, gli arabi ad introdurla nell’isola nell’800. Con Federico II, e per alcuni secoli, lo zucchero estratto dalla canna divenne l’oro bianco di Sicilia che impegnò un gran numero di addetti e fece la fortuna di molte famiglie di produttori. Nel ‘600 il declino causato da due fattori di ordine ambientale: l’enorme quantità di legna necessaria per la bollitura, una delle fasi di estrazione dello zucchero, che provocò quasi una deforestazione; e la sopravvenuta indisponibilità delle risorse idriche che la coltivazione richiedeva.

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Avola capitale della canna da zucchero

La coltivazione sopravvisse solamente nel territorio di Avola, poiché i marchesi Pignatelli Aragona Cortes riuscirono a convincere gli spagnoli degli effetti che la dismissione delle colture avrebbero avuto sulla popolazione: una moltitudine di gente, senza più lavoro, sarebbe stata costretta ad emigrare provocando una crisi di difficile risoluzione. Ad Avola si continuò a produrre mentre dai Caraibi giunse il rum, inventato dagli schiavi: lo scarto di lavorazione della canna da zucchero, la melassa, miscelata con l’acqua e poi fermentata, dava vita a una bevanda alcolica che leniva le fatiche nei campi roventi. Scoperta anche dai padroni, gli spagnoli, venne avviata la distillazione che si affermò anche ad Avola. Nel ’700, nel periodo del “Grand Tour”, molti rampolli delle famiglie europee che giunsero in Sicilia, vollero gustare “un rum di ottima qualità, che vendesi a caro prezzo”.

Una “seconda vita per la canna da zucchero siciliana

Nel ‘900 restarono poche famiglie a produrre, sino alla scomparsa definitiva della canna da zucchero dalla Sicilia. Un passato che sembra sepolto e che, invece, quasi per caso, ritorna avviando un processo di “retro innovazione”, in grado di dare una “seconda vita” alla produzione isolana.

“Mi sono interessato alla canna da zucchero dopo aver letto il libro della professoressa Francesca Gringeri Pantano “La città Esagonale” (la città di Avola ndr.) che descrive anche la coltivazione, la lavorazione e la commercializzazione dello zucchero e quella lettura segna l’inizio della produzione – dichiara Corrado Bellia presidente del Consorzio della Canna da zucchero siciliana –. Nel 2018 ho realizzato il vivaio e nella primavera del 2021 è nato il primo rum. Mi sono subito posto il problema di non mettere in piedi un’attività isolata, ma, al contrario, di condividere questa esperienza cercando altri imprenditori interessati alla produzione sino alla costituzione del consorzio”.

Rum prodotto dal puro succo di canna

“Il rum a cui siamo interessati – prosegue Bellia – è differente dagli altri, in primo luogo perché in Sicilia il clima è diverso, estati calde e inverni miti, rispetto al clima tropicale, e questo influenza la componente aromatica. In secondo luogo, siamo interessati ad un disciplinare che preveda l’estrazione del rum dal puro succo di canna e non dalla melassa su cui si basa il 90% del prodotto in commercio, applicando il metodo discontinuo che prevede una doppia distillazione per estrarre il cuore della componente. È importante connotare territorialmente il prodotto e punteremo su quantità limitate nell’ordine di alcune migliaia di bottiglie, non certo le centinaia di migliaia della produzione industriale. A questa nostra idea stanno iniziando a mostrare interesse anche importanti aziende del settore dei distillati”.

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Pietro Nicosia
Pietro Nicosia
Iscritto all’Albo dei Giornalisti dal 1993, collabora con le differenti tipologie di media: carta stampata, tv, internet. Fra le diverse forme di giornalismo predilige il racconto dei luoghi siciliani con le immagini e con le parole.

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